Crisi della democrazia e dello Stato di diritto: un’introduzione

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di Stefano Civitarese Matteucci e Alessandra Pioggia

Con il breve articolo: «Crisi della democrazia costituzionale e dello Stato di diritto», pubblicato nel fascicolo 1 del 2025 di Diritto pubblico, avevamo proposto una chiave di lettura – necessariamente parziale – di alcune tensioni che attraversano oggi il costituzionalismo democratico. Muovendo dalla constatazione del progressivo logoramento della democrazia rappresentativa e dello Stato di diritto, ci eravamo chiesti come evitare, da un lato, letture rassicuranti o meramente difensive e, dall’altro, semplificazioni monocausali e quali categorie, istituti e pratiche giuridiche sia necessario ripensare per misurarsi con questa crisi.

In quell’invito alla discussione, da un lato, richiamavamo l’attenzione sugli effetti congiunti della globalizzazione economica, della crescita delle diseguaglianze, del rafforzamento dei poteri privati e della frammentazione sociale, fattori che contribuiscono a indebolire la promessa della democrazia costituzionale come progetto di emancipazione individuale e collettiva. Dall’altro, segnalavamo l’impatto dei mutamenti tecnologici e della trasformazione dello spazio pubblico digitale, con particolare riferimento a un possibile deficit cognitivo che investe tanto le istituzioni quanto gli studi giuridici. Infine, richiamavamo la crisi delle istituzioni di garanzia, della legalità e del principio di rappresentanza, interrogando al contempo le responsabilità della politica, dell’amministrazione e della giurisdizione.

Queste piste di riflessione hanno fornito lo sfondo al seminario promosso dall’Associazione Amici del diritto pubblico, svoltosi a Firenze il 4 luglio 2025, nell’ambito della celebrazione dei trent’anni della rivista Diritto Pubblico. L’incontro ha riunito studiosi e studiose di diverse generazioni e ambiti di ricerca; il confronto che ne è scaturito è ora restituito qui, attraverso le due relazioni introduttive di Carlo Marzuoli e Cesare Pinelli, a cui segue la raccolta degli interventi dei membri della redazione e dei direttivi presente e passati della rivista.

Dal ricco dibattito, che è possibile leggere per esteso nel numero 3 del 2025 della Rivista, emergono una straordinaria quantità di spunti e suggestioni, che, in modo necessariamente schematico, proviamo qui a sintetizzare in cinque grandi linee di problematizzazione.

1. Una prima linea riguarda le trasformazioni del principio di maggioranza, della rappresentanza e dei partiti. Una parte significativa dei contributi si concentra su un fenomeno che, pur essendo tra i più antichi nel lessico democratico, assume oggi connotati radicalmente nuovi: la crescente distanza tra cittadini e istituzioni rappresentative. Se da un lato il pluralismo politico si rarefà e la capacità dei partiti di aggregare e mediare gli interessi sociali si indebolisce, dall’altro lato emergono forme di partecipazione sempre più episodiche, polarizzate e spesso reattive. Alcuni interventi sottolineano come la crisi del principio di rappresentanza si manifesti non solo nella disaffezione produttiva dell’astensione, ma anche nella figura – ormai strutturale – del “non rappresentato”, cioè di chi rinuncia stabilmente agli strumenti della democrazia rappresentativa e non si riconosce più nel circuito politico-istituzionale (Tripodina, Demuro).

Un altro fronte problematico riguarda lo slittamento del principio di maggioranza, che in alcuni casi tende a trasformarsi in un potere autosufficiente, talora insofferente nei confronti dei limiti e delle garanzie costituzionali. Si tratta di derive che investono non soltanto sistemi politici esplicitamente orientati in senso illiberale, ma anche assetti istituzionali in cui la riforma delle regole elettorali, il rafforzamento dell’esecutivo e l’erosione dei contrappesi finiscono per alterare l’equilibrio tra i poteri, riducendo la capacità del sistema di incorporare e rappresentare il pluralismo sociale (Ferrara, Bilancia, Corso, Sandulli).

Altri contributi invitano a considerare il nesso tra la crisi della rappresentanza e le condizioni socioeconomiche. In un contesto caratterizzato da forti diseguaglianze, compressione dei ceti medi, precarietà e frammentazione dei legami sociali, risulta più difficile immaginare uno spazio politico realmente condiviso. In questo quadro, non sorprende che emergano movimenti che valorizzano un rapporto diretto e plebiscitario tra leader e popolo, scavalcando i meccanismi della rappresentanza parlamentare (Bruti Liberati, Saitto, Martire).

Da tali prospettive emerge un tratto comune: la democrazia entra in crisi non solo quando viene formalmente negata, ma anche quando non riesce più a “vedere” interi segmenti della società, perdendo così la capacità di rifletterne la pluralità e di trasformare in decisione collettiva il conflitto che la attraversa. È in questa opacità del sistema politico che si annida il rischio più profondo, vale a dire che la maggioranza, lungi dall’essere il risultato contingente di un processo democratico, si trasformi in uno strumento di esclusione dei perdenti, di restringimento dello spazio del pluralismo e di indebolimento dei contropoteri.

Il deterioramento del principio di rappresentanza e lo slittamento del principio di maggioranza non producono solo effetti politici, ma incidono direttamente sulla tenuta dello Stato di diritto e sulla capacità delle istituzioni di garanzia di svolgere il loro ruolo, alimentando dinamiche di concentrazione del potere e di erosione della legalità.

2. A quanto considerato da ultimo si connette la seconda grande questione: quella che lega la tenuta dello Stato di diritto alla vitalità del principio di legalità. Le trasformazioni richiamate si proiettano, infatti, inevitabilmente sulla struttura delle garanzie, poiché ogni indebolimento del pluralismo politico e del fisiologico equilibrio tra maggioranza e opposizione riapre la questione del rapporto tra poteri e delle condizioni minime di funzionamento dello Stato di diritto.

 Una domanda di fondo a questo proposito riguarda la capacità della legge di presentarsi ancora come luogo di composizione democratica delle diverse istanze che innervano la società. La risposta non è scontata, soprattutto di fronte ai rischi di piegatura del principio maggioritario in dittatura della maggioranza (Bilancia). La legge di alcuni, di una parte contro l’altra, diventa mero strumento di potere e, come tale, rischia di compromettere l’idea stessa di legalità sottesa al principio dello Stato di diritto,  intaccando, per di più, la percezione del valore della democrazia da parte della società (Barbisan). Una crisi quella della legalità che presenta due facce, strettamente interconnesse. Da un lato, l’impiego della fonte primaria per sottrarre all’azione amministrativa e alla soggezione al controllo giurisdizionale a cui è sottoposta, decisioni che toccano i diritti della parte della comunità che ha perso le elezioni o che, comunque, si intende escludere dal godimento di alcuni diritti (Cudia). Dall’altro, l’opposto: il sacrificio della legalità per preservare diritti (Mannucci), che esprime l’altro volto del decadimento del ruolo della legge, percepita come esito di un potere parziale che può essere contrastato nelle aule giudiziarie. Aspetti che testimoniano il vacillare di un principio al quale il modello dello Stato costituzionale di diritto ha affidato la tutela dell’individuo dal potere (Carloni, Corso), ma anche dall’interesse della maggioranza, perfino quando composta da tutti gli altri (Marzuoli).

L’esempio statunitense è paradigmatico della fragilità del diritto di fronte al potere (Sandulli, Marchetti), ma anche in casa europea e nella nostra italiana non mancano esempi significativi (Carloni), meno lampanti, forse, perché progressivi, apparentemente innocui, ammantati dall’aura delle riforme a cui siamo ormai abituati, ma non meno gravi (Barbisan).

A essere messo in discussione è anche il modo in cui la Costituzione ha ridisegnato il senso della legalità, attraverso l’inclusione della questione sociale e della forza trasformativa del principio di uguaglianza sostanziale nello spettro del diritto e delle relative garanzie. Una legalità, questa, ben diversa da quella dello Stato di diritto liberale e che definisce un ruolo di contenimento, ma anche di orientamento del potere a opera della giurisdizione e dell’amministrazione (Cavasino).

È  per questo che la maggioranza che vuole “prendersi tutto” mira a indebolire non solo l’autorità giudiziaria, ma anche l’amministrazione e le sue prerogative (Sandulli, Battini). Se quest’ultima è strumento di attuazione delle scelte politico democratiche (Ferrara), è anche vero che ha il compito di realizzare queste scelte nel panorama costituzionale, ambientando la decisione in un contesto di diritto che delimita i confini del fattibile e ne orienta il senso. In ciò risiede l’essere l’amministrazione un presidio di garanzia della dimensione costituzionale dello Stato di diritto (Bombardelli) e da questo discende la necessaria quota di autonomia funzionale e flessibilità organizzativa che occorre preservarle (Cammelli). Pretendere di condizionare politicamente anche queste prerogative intacca le fondamenta democratiche, in un eccesso di politica che diventa piegatura delle istituzioni all’interesse di una parte.

In questo senso, la crisi dello Stato di diritto non può essere letta separatamente dalla crisi della rappresentanza: le due dinamiche si alimentano reciprocamente, poiché una maggioranza politicamente rafforzata ma socialmente ristretta tende a percepire garanzie e controlli come vincoli esterni, mentre un sistema di garanzie indebolito fatica a preservare un equilibrio democratico inclusivo (Carloni).

3. Un terzo filone problematico è quello che riguarda il rapporto fra passato e futuro e la capacità delle costituzioni di incarnare ancora quel legame (Pinelli), interpretando un’idea di progresso e una visione dinamica della società (De Fiores), in cui le aspettative individuali di emancipazione riguardano anche la tenuta delle istituzioni che le rendono realizzabili (Repetto). Se questo legame si allenta, con esso si infrange l’aspettativa per un futuro “buono”, non prevedibile, perché frutto dei conflitti introiettati nella democrazia costituzionale, ma comunque buono, perché esito di composizioni politiche che si ambientano nelle istituzioni democratiche e nel contesto della carta fondamentale (Saitto). In mancanza di questa prospettiva si apre una doppia frattura fra popolo e Costituzione: quella che intacca i presupposti sostanziali della democrazia, come la fiducia nelle sue istituzioni e la partecipazione che le sorregge (Barbisan); e quella che trasfigura la sovranità popolare in potere assoluto, sganciandola dalla dimensione giuridica che la include nella Costituzione come forza definita dai limiti entro i quali si esercita (De Fiores). La crisi si presenta così come una crisi di tipo cognitivo (Pinelli), alimentata, per di più, dall’accelerazione tecnologica che cambia gli strumenti per leggere il reale.

Un nodo chiave è, allora, anche quello dell’informazione, non solo come conoscenza della realtà, ma come strumento attraverso il quale si forma la coscienza di ciò che della realtà occorre cambiare con la politica e con il diritto, secondo i meccanismi e nel contesto della democrazia costituzionale. L’enorme offerta della rete rischia di alimentare solo l’illusione della piena disponibilità dell’informazione e del trionfo della libertà di espressione (Bruti Liberati). Senza intermediazione responsabile, l’informazione è costruita dalle piattaforme come un prodotto da far consumare a utenti appagati da ciò che vogliono sentire e progressivamente piegati a ciò che altri intendono fargli pensare (Gardini). In questo contesto di bolle informative e echo chambers, non solo declina il nutrimento del pensiero libero, ma anche l’altro, il diverso, il non immaginato scompare alla vista e si ricade nel tribalismo delle idee (Marchetti).

4. Una quarta linea riguarda i poteri economici, il neoliberismo e la globalizzazione.

Alcuni contributi mettono in relazione la crisi della democrazia costituzionale con la trasformazione delle condizioni economiche e sociali che ne hanno reso possibile lo sviluppo nel secondo dopoguerra. L’affermazione, negli ultimi decenni, di paradigmi neoliberali, la finanziarizzazione dell’economia e la globalizzazione dei mercati hanno profondamente modificato l’equilibrio tra diritti, poteri pubblici e forze di mercato (Gasparri). Diverse analisi mostrano come la compressione del welfare, l’aumento delle disuguaglianze, l’indebolimento dei legami di solidarietà e la riduzione degli spazi di intervento pubblico costituiscano fattori strutturali che minano la capacità delle costituzioni democratiche di mantenere le loro promesse di emancipazione sociale (Ferrara, Bruti Liberati, Demuro).

Il contributo di Merloni amplia questa prospettiva, situando tali trasformazioni in una più lunga traiettoria storica. L’autore ricostruisce l’alternanza tra fasi di libertà economica deregolamentata e fasi di riequilibrio pubblico, sottolineando come l’attuale ciclo liberista abbia determinato la rottura della triade libertà-uguaglianza-fraternità che sostiene il costituzionalismo democratico moderno. Il venir meno della “fraternité” – intesa come solidarietà attiva e politica redistributiva – si traduce in un indebolimento della cittadinanza democratica e nella difficoltà di esercitare i diritti fondamentali in condizioni di effettiva uguaglianza. In questo quadro, i poteri economici globali assumono un ruolo sempre più incisivo, fino a condizionare la stessa possibilità per gli Stati di perseguire politiche sociali e di intervenire nel governo dell’economia (Merloni).

Altri contributi, tuttavia, richiamano la necessità di evitare spiegazioni a senso unico e di considerare che le dinamiche economiche devono essere lette insieme ai mutamenti tecnologici, alle trasformazioni dell’informazione, ai cambiamenti geopolitici e al rinnovato ruolo dei poteri pubblici, anche a livello sovranazionale. Solo così è possibile comprendere la pluralità dei fattori che concorrono a mettere in tensione la democrazia costituzionale contemporanea (Cammelli, Marchetti).

Nel loro insieme, queste analisi suggeriscono che la crisi della democrazia costituzionale è inseparabile dalla crisi della sua base materiale: dalla riduzione degli spazi di uguaglianza sostanziale, dalla precarizzazione socioeconomica, dall’indebolimento degli strumenti pubblici di governo dei processi economici, dall’impatto dei mercati finanziari globali sulle scelte politiche e dall’emergenzialismo permanente. In un contesto in cui la capacità di azione degli Stati si riduce e la concorrenza economica prevale sulla cooperazione, diventa più difficile realizzare le condizioni che rendono possibile la partecipazione democratica e il godimento effettivo dei diritti.

5. Infine, un quinto e ultimo snodo, meno esplicitato nei contributi qui raccolti, ma presente come sentimento perturbante sullo sfondo di quasi tutti, è quello della crisi del principio costituzionale pacifista (De Fiores). I tempi che attraversiamo hanno rimesso drammaticamente sul piatto la prospettiva della guerra come strumento utilizzabile per salvaguardare i propri interessi e valori (Merloni), travolgendo il diritto internazionale, ma ancor più profondamente il primato del diritto. Non c’è dubbio che questo, come e più degli altri fattori di crisi che sono qui presi in considerazione, trasformi l’idea di futuro e la fiducia nella capacità delle istituzioni di assicurarne uno buono.

Nel complesso, il tratto forse più evidente che emerge dall’insieme dei contributi che restituiscono il dibattito fra le studiose e gli studiosi che animano la Rivista sin dalla sua fondazione è che la crisi della democrazia costituzionale si manifesta su più piani, che non possono essere affrontati isolatamente. Le analisi qui raccolte non propongono soluzioni univoche, né intendono offrire mappe definitive. Eppure colpisce che, quando ci si spinge generosamente a immaginare soluzioni, l’attenzione di chi, come noi, studia il diritto rimandi spesso alla necessità di ritrovare nella società, nella capacità di partecipazione dei singoli, nel senso di solidarietà che, al di là del diritto, lega le persone in una rete di supporto reciproco, la forza per sostenere, nella crisi che le affligge, le istituzioni democratiche e la Costituzione che le inquadra in un progetto condiviso.

Nel complesso ci pare di poter dire che questo dibattito, più di ogni altra cosa, mostri come la tenuta del costituzionalismo democratico dipenda da un equilibrio sempre mobile tra una pluralità di fattori che solo un comune sentire democratico, inscritto in un orizzonte di riconoscimento reciproco, può assicurare: l’equilibrio tra democrazia e garanzie per tutte e tutti, tra pluralismo sociale e unità dell’ordinamento, tra diritti costituzionali e decisione politica, tra spazio nazionale ed europeo, tra poteri pubblici e poteri privati, tra tecnica e politica.

Autori

S. Civitarese Matteucci

Università degli Studi "G. d'Annunzio" di Chieti-Pescara

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