Gli interventi del Presidente Trump nella politica economia americana: una strategia politica più che sistemica
di Monica Cocconi
Università di Parma
L’intervento mette in luce la direzione interventista impressa dalla nuova amministrazione federale americana alla politica economica statunitense, ispirata ad una strategia di valenza essenzialmente politica. Rievoca altri tornanti della storia americana in cui si è assistito ad un’espansione dei poteri presidenziali nel governo dell’economia; si mette tuttavia in rilievo come in tali casi gli interventi fossero dettati da una situazione emergenziale e assumessero una dimensione non politica ma sistemica e come la democrazia americana abbia in sé una serie di contrappesi e limiti al potere esecutivo in grado di preservarla.
1. Un’amministrazione federale interventista nell’economia oltre i limiti di una democrazia liberale
La clamorosa iniziativa di qualche giorno fa – la minaccia di licenziare Lisa Cook dal Board of Governors della Federal Reserve – non era necessaria per comprendere la direzione che Donald Trump ha impresso alla politica economica americana. Quel gesto, pur senza precedenti, è soltanto l’ultimo tassello di una strategia che mette in crisi l’equilibrio istituzionale costruito negli Stati Uniti nell’ultimo secolo: un sistema in cui il potere politico non dovrebbe invadere l’autonomia delle autorità indipendenti e le dinamiche del mercato. Già da mesi, infatti, il presidente ha intrapreso la strada di un’amministrazione interventista, ostile a quei contrappesi che dovrebbero garantire stabilità e credibilità alle istituzioni economiche (v. al riguardo A. Baraggia, La Presidenza Trump II: verso una mutazione del sistema costituzionale americano? Spunti di riflessione a partire dai più recenti avvenimenti, in Federalismi, 18, 2025, pp. iv ss.).
L’episodio del Bureau of Labor Statistics è stato emblematico: la direttrice Erika McEntarfer è stata destituita dopo aver diffuso dati sull’occupazione ritenuti non graditi. Al suo posto, Trump ha scelto un fedelissimo privo di qualifiche adeguate, EJ Antoni. Un messaggio chiaro: anche le statistiche ufficiali devono rispondere alla volontà politica del presidente.
Lo stesso schema si è ripetuto con la Federal Reserve. Oltre a voler rimuovere Cook, Trump ha già inserito nel Board un proprio fedele collaboratore, Stephen Miran. Se questa visione dovesse prevalere, la Fed cesserebbe di essere un’istituzione garante di indipendenza monetaria, trasformandosi in un’appendice della Casa Bianca. Sul fronte delle imprese, il metodo non è stato meno aggressivo.
Con Nvidia e Amd, Trump ha superato i divieti all’export in Cina introdotti da Biden, ma a condizione che le aziende cedano al governo il 15% dei loro ricavi nel Paese asiatico. Una sorta di imposta straordinaria che evoca più pratiche dirigiste che non la tradizione americana di libero mercato. Parallelamente, il presidente prepara l’ingresso diretto dello Stato in Intel, con l’acquisto di una quota del 10%. Ufficialmente, per ragioni di sicurezza nazionale; nei fatti, per esercitare un controllo politico su un settore strategico.
Neppure gli alleati sono al riparo. Il nuovo accordo commerciale con il Giappone obbligherebbe Tokyo a creare un fondo sovrano da 550 miliardi di dollari che Washington potrebbe gestire liberamente. Una forma di ricatto economico che piega le relazioni internazionali alla logica dell’imposizione unilaterale. Il filo rosso che lega queste mosse è evidente: concentrare nelle mani del Presidente strumenti di controllo verso istituzioni autonome o regolate da dinamiche di mercato.
Se da un lato, tuttavia, Trump potrà forse ottenere risultati immediati, come la soggezione al Presidente della politica monetaria o il controllo di grandi imprese, dall’altro si impone un interrogativo cruciale: cosa resterà della democrazia americana se i dati statistici vengono manipolati, la banca centrale perde autonomia, i contratti commerciali diventano strumenti di estorsione?
In questo senso, l’espansione dei poteri di Trump non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Poiché l’economia americana rimane il cuore del sistema globale, un suo progressivo slittamento verso prassi autoritarie rischia di indebolire non solo la fiducia dei mercati, ma anche l’idea stessa di liberal-democrazia economica che ha dominato l’Occidente negli ultimi decenni. È questa, più ancora delle guerre commerciali o dei dazi, la vera sfida che la presidenza Trump pone al futuro della democrazia americana.
2. L’espansione dei poteri presidenziali nell’economia nella storia americana e la loro dimensione sistemica, più che politica
In realtà vi sono già state fasi della storia americana in cui il potere presidenziale si è temporaneamente espanso, suscitando tensioni con i principi di separazione dei poteri e con le libertà costituzionali.
A proposito della figura del Presidente degli Stati Uniti, Alexis de Toqueville scriveva infatti nella Démocratie en Amérique del 1840: «Il Presidente degli Stati Uniti è un uomo potente, ma il suo potere è limitato e temporaneo. È un magistrato più che un sovrano».
Si ricordi come Franklin D. Roosevelt, di fronte alla Grande Depressione del 1929, avviò un’espansione del potere esecutivo attraverso il New Deal, istituendo agenzie federali che intervenivano nella regolazione di salari, prezzi e produzione. Tuttavia, quelle misure rispondevano a un disegno organico di riforma sociale, discusso pubblicamente e sottoposto alla verifica della Corte Suprema, che in più casi ne limitò la portata (es. Sc hechter Poultry Corp. v. United States, 1935).
Il New Deal di Franklin D. Roosevelt e il Green New Deal europeo presentano affinità solo apparenti. Entrambi evocano una forte azione pubblica nell’economia, ma in realtà il contesto e le finalità sono profondamente differenti.
Roosevelt intervenne in un momento di collasso sistemico dell’economia statunitense, con l’obiettivo di stabilizzarla, rilanciare l’occupazione e ricostruire la fiducia nelle istituzioni democratiche.
L’intervento statale, pur massiccio, rispondeva a un’urgenza emergenziale e si collocava dentro un quadro costituzionale che vide la Corte Suprema esercitare un ruolo di controllo e ne limitava gli eccessi.
Durante la presidenza di Harry S. Truman (1945–1953), si assistette di nuovo ad una significativa espansione del potere esecutivo: celebre fu il tentativo del Presidente di sequestrare e gestire direttamente gli impianti siderurgici privati nel 1952, per scongiurare uno sciopero durante la guerra di Corea, senza l’autorizzazione del Congresso.
Ancora Richard Nixon, nel 1971, adottò controlli federali su prezzi e salari per frenare una spirale inflazionistica fuori controllo, sospendendo, peraltro, la convertibilità del dollaro in oro e rompendo con Bretton Woods: una misura eccezionale, ma temporanea, rivolta alla stabilizzazione macroeconomica.
Anche George W. Bush, durante la crisi del 2008, ottenne dal Congresso l’autorizzazione per il TARP, un massiccio piano di salvataggio finanziario, che però sollevò interrogativi sulla discrezionalità presidenziale nel distribuire fondi pubblici.
Sebbene l’interventismo economico dei Presidenti non sia una novità assoluta nella storia americana, ciò che distingue le azioni dell’attuale presidenza è la loro funzione apertamente politica, piuttosto che emergenziale o sistemica.
Nei casi sopra descritti, l’uso straordinario del potere esecutivo avveniva in risposta a crisi sistemiche e sotto qualche forma di controllo istituzionale, mentre nell’attuale fase si assiste a un utilizzo sistematico e diretto del potere presidenziale per scopi politici immediati: rimozione di funzionari sgraditi, imposizione di fedeltà personale negli organismi indipendenti, uso della leva economica come strumento di pressione anche verso alleati.
La differenza non è solo di intensità, ma di finalità: si passa da un’emergenza gestita dallo Stato ad una politicizzazione del controllo presidenziale nell’economia, in cui l’interesse politico del Presidente prevale su quello pubblico. Questi episodi dimostrano come anche democrazie consolidate possano attraversare momenti di regressione (V. B. Ackerman, The Decline and Fall of the American Republic, Harvard University Press, 2010).
Tuttavia, l’intervento della Corte Suprema e la tenuta dei principi costituzionali hanno sempre permesso, in passato, di ricomporre gli equilibri democratici e contenere le spinte autocratiche interne all’esecutivo (V. S. Cassese, Quei limiti ai poteri, in Corriere della Sera, 24 giugno 2025).
Ne è risultato un quadro in cui la democrazia americana, pur attraversando crisi e contrazioni, ha finora saputo rigenerarsi riaffermando lo stato di diritto e il principio dei checks and balances (V. Tom Campbell, Separation of Powers in Practice, Stanford Law and Politics, 2004). La speranza è che questo possa avvenire anche nel prossimo futuro.



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