In memoria di Robert Alexy. Una voce possente, che risuonerà a lungo
Carsten Bäcker (Università di Bayreuth, in https://www.beck-aktuell.de/magazin/vermischtes/robert-alexy-nachruf-2026-09-10).
Per gentile concessione dell’Editore Beck, con traduzione italiana di Leonardo Di Carlo, Università di Foggia.
Robert Alexy ha contribuito a dar forma alla scienza giuridica tedesca e internazionale degli ultimi decenni. Il suo allievo Carsten Bäcker ne ricorda la personalità, brillante e socievole, ma purtroppo negli ultimi anni in solitudine.
Prima di morire lo scorso 5 settembre, Robert Alexy ha vissuto in solitudine. Negli ultimi anni ha trascorso la maggior parte del tempo nella sua cucina, sempre allo stesso posto attorno al grande tavolo rotondo, proprio accanto alla radio che trasmetteva musica classica; il telefono, qualche libro, la posta, la Frankfurter Allgemeine Zeitung e i supporti a lui indispensabili a portata di mano. In un’ultima visita, una settimana prima della sua morte, è stato ben visibile lo sforzo che ha dovuto fare per superare la breve distanza dal tavolo fino alla porta di casa. Tuttavia, è rimasto fino alla fine accogliente e contento di un diversivo, come può esserlo una visita, all’interno di una quotidianità vuota.
Si è sempre poco lamentato delle proprie condizioni di salute, anche se l’alzarsi e il camminare gli sono diventati progressivamente più difficili. Egli stesso è stato consapevole del proprio disfacimento fisico (“sto crollando”), nella maniera a lui consona di analisi sobrie ma allo stesso tempo penetranti. Questo è accaduto in forma più lieve anche per la sua tempra spirituale, un tempo indomita. In quest’ultimo colloquio avuto con lui, egli ha tracciato ancora una volta un bilancio della propria attività scientifica, soddisfatto, a suo dire, della propria vita professionale.
Dal diritto come è al diritto come dovrebbe essere
Si è trattato di un bilancio fatto sostanzialmente di numeri. Nell’ultimo periodo, in cui confondeva i contenuti delle sue opere, nominava di buon grado ai suoi ospiti il numero dei suoi libri e dei suoi articoli, il numero delle rispettive traduzioni, ricordava il numero delle sue allieve e dei suoi allievi, in Germania come all’estero, numerava i suoi dottorati honoris causa. La chiara impressione suscitata da queste cifre evidentemente gli dava sostegno; nell’ultima visita, però, durante questo esercizio gli è piaciuto chiedere al suo ospite con ironia maliziosa quali fossero i numeri della sua produzione scientifica.
Solo superficialmente, però, si potrebbe esprimere quantitativamente il bilancio preciso della sua opera. I suoi libri – tra i quali, accanto ai due suoi brillanti scritti per l’abilitazione, quali la Teoria dell’argomentazione giuridica (1978; tr. it., 1998) e la Teoria dei diritti fondamentali (1985; tr. it., 2012), si annovera da sempre anche un volume chiaramente più dimesso nel contenuto e nell’estensione come Concetto e validità del diritto (1992; tr. it. 1997 e 2022) – sono sin dal momento della loro pubblicazione opere di riferimento per la teoria del diritto e della Costituzione. Attraverso le molteplici traduzioni, ognuna delle quali ha avuto una propria storia, tali opere hanno ottenuto una ricezione internazionale. Si tratta di libri che lo hanno reso uno dei più celebri giuristi tedeschi all’estero della nostra epoca. I suoi saggi hanno dischiuso alle sue lettrici e ai suoi lettori, proprio in virtù della forza di analisi che gli era propria, ambiti della filosofia del diritto del presente ben al di là delle sue opere principali.
I suoi saggi più recenti si sono concentrati progressivamente sul connettere reciprocamente gli elementi costitutivi già noti della sua teoria – i fondamenti della teoria del discorso orientata essenzialmente a Jürgen Habermas, la teoria dei diritti fondamentali come princìpi relativa a Ronald Dworkin e la teoria ispirata al pensiero di Gustav Radbruch del secondo dopoguerra di un non-positivismo giuridico inclusivo – e sul riunificarli in una costruzione teorica monumentale.
Così è stato in grado di elaborare una teoria originale e ampiamente esplicativa degli elementi essenziali dello Stato costituzionale liberale, in cui i diritti umani, come fondamento etico-giuridico, e la giustizia costituzionale, come organo istituzionale di garanzia di diritto e di fatto dello Stato costituzionale, hanno un significato centrale. Dal suo approccio, emerso già nelle prime opere e orientato ad una spiegazione analitica del diritto come esso è, ha progressivamente tratto l’esigenza di integrare il diritto con il criterio di come esso debba essere. È una vera fortuna che la sua opera, nella forma in cui si è immortalata nei suoi libri, sopravviverà alla morte di questo grande giurista.
Un intermediario della scienza giuridica autentica
Con la sua morte è venuta meno una personalità di scienziato per noi insolitamente ispiratrice e accattivante. Il suo carisma particolare come professore di diritto si rivelava ai suoi studenti di giurisprudenza già nel primo semestre nelle sue lezioni e nelle sue esercitazioni sul diritto pubblico, sulla filosofia del diritto o sulla dottrina del metodo. L’auditorium dell’Università di Kiel è stato costantemente e particolarmente gremito. A lezione si faceva esperienza di un professore che spiegava il diritto in maniera arguta e sottile, che ordinava la materia mediante chiare delimitazioni concettuali e citazioni di sovra- o sottocategorie, e che sapeva di nuovo catturare l’attenzione mediante concetti spontaneamente ideati e annotati su appunti al sopraggiungere del vociare in aula. In ciò era in grado di trasmettere ai suoi studenti la sensazione che essi, proprio in quei frangenti, nei contenuti di quelle lezioni stavano acquisendo intuizioni di alto livello, le quali, tuttavia, avrebbero condotto ad ulteriori e più ampie questioni, che era conveniente affrontare solo sulla base di una motivazione intrinsecamente più robusta.
In tal modo Alexy ha fornito e dato alle sue studentesse e ai suoi studenti l’esempio di una scienza giuridica nel senso più alto del termine. A noi ha trasmesso la sensazione di poter intuire l’ampiezza e la profondità del diritto, ovviamente senza perderci in esso, essendo convinti di aver ottenuto da lui gli strumenti necessari per la comprensione del medesimo. La sua retorica a lezione consisteva in frasi chiare e brevi, che attraverso modulazioni dell’intonazione tenevano desta l’attenzione. Le cose difficili venivano, ad esempio, espresse in un linguaggio più lento e sommesso, seguito da frasi veloci e a voce alta, che rendevano manifesta la fine della divagazione. Dell’enorme timbro della sua voce è stato fiero fino alla fine – tra i suoi aneddoti preferiti si annovera quello della richiesta di una compagna di studi in aula di abbassare il volume del microfono; al che, l’avrebbe fissata affermando ad alta voce: “Collega, io non ho nessun microfono”.
Duro lavoro e convivialità rilassata
Accanto alle lezioni, i seminari di filosofia del diritto di Robert Alexy esercitavano una forte attrattiva. Valeva il principio di iniziazione, secondo cui avrebbe potuto partecipare ai seminari successivi ogni studentessa o ogni studente che avesse tenuto con successo una propria conferenza seminariale. Questo portò al fatto che il circolo delle partecipanti e dei partecipanti accanto a chi teneva la conferenza fosse composto per un’ampia parte da persone vicine alla cattedra o con conoscenze avanzate nella disciplina, cosa che elevò nel complesso il livello della manifestazione. Gli stessi seminari seguivano un modello prestabilito. I lavori dovevano essere consegnati non solo in forma scritta, ma dovevano essere distribuiti a tutti i partecipanti come pure dovevano essere letti durante il seminario; erano collocati alla destra di Alexy, che guidava il seminario e che sedeva su una sedia rialzata all’interno di una disposizione dei posti a sedere a ferro di cavallo. La discussione che ne seguiva era un lavoro laborioso sul testo – partendo dal lavoro del seminario fino al testo che ne era la fonte – le cui asserzioni venivano ordinate, sempre da Alexy, in ampi nessi concettuali.
Questo rapporto alla lettera con testi propri e con testi elaborati di altri aiutava noi partecipanti a far proprio il significato sia delle analisi testuali precise sia dell’argomentazione consequenziale. Il momento più alto dei seminari era costituito, tuttavia, dalle serate conviviali presso il collegio di Sehlendorfer annesso alla Facoltà di Kiel nei pressi della costa sul Mar Baltico, che parimenti rafforzava il sentimento di appartenenza alla cattedra in maniera molto attrattiva, tanto più che Alexy, che guidava il seminario, era sicuramente tra gli ultimi ad andare a letto.
Un simile gioco di duro lavoro e successiva convivialità rilassata, per la quale Alexy era noto anche nel contesto di congressi specialistici, impregnava i colloqui dei dottorandi della cattedra. Formalmente sotto la direzione del dottorando c’erano due o tre date a semestre, nelle quali rispettivamente una dottoranda, un dottorando o un ospite presentavano le proprie linee di ricerca. Come nel seminario, valeva anche qui l’obbligo della forma scritta. Il contributo andava letto e dato a tutti i partecipanti perché lo leggessero. Successivamente cominciava la discussione, di cui Alexy teneva la guida, sperata o attesa sotto ogni aspetto, in quanto egli selezionava determinate tesi del contributo, le riproduceva successivamente in maniera più precisa e calzante di quanto fosse emerso nella precedente relazione e le analizzava con numerose obiezioni di approfondimento corredandole di suggerimenti.
Dopo questi colloqui di circa due ore, di regola egli invitava a casa sua, dove seguendo ormai un rito mediante i collaboratori della cattedra veniva condivisa una cena nata originariamente dallo spirito edonistico di un professore italiano ospite – spaghetti con salsa di pomodoro e prosciutto, successivamente anche nella variante vegetale. A questo si aggiungeva vino senza limite, preferibilmente Pinot grigio. Queste serate erano arricchite da visite guidate del padrone di casa attraverso un’impressionante collezione di dipinti situati prevalentemente nella camera da letto, durante le quali Alexy dava piacevolmente note esplicative, spesso connesse con brevi questioni scientifiche. Tali visite erano concesse a ogni nuovo arrivato del circolo. Questa usanza purtroppo ebbe una brusca fine a causa di un tragico furto di opere, che gli costò la sua quasi intera e molto amata collezione.
Un ideale regolativo di scienziato
L’attività quotidiana di ricerca presso la cattedra si svolgeva di solito senza scambi diretti di pareri con il titolare della medesima – per lui valeva l’ideale dello scienziato solitario, che lavora al suo testo concentrato e possibilmente isolato. Discussioni su testi che stava scrivendo in ogni caso non avevano luogo nell’ambito della cattedra. Al contrario, egli aspettava da sé e dai suoi allievi sforzi molto intensi sui propri progetti, che cercava di sostenere con ausili motivazionali non sempre del tutto presi sul serio (ad esempio: “nella fase finale della dissertazione Lei deve lavorare sedici ore al giorno”). Similmente ambivalenti erano i suoi incoraggiamenti in merito alle prime relazioni specialistiche in programma dei suoi allievi (ad esempio: “o Lei eccelle, o Lei fallisce”). In ciò era del tutto evidente, che desiderava il successo dei suoi allievi, e che pertanto li trattava innanzitutto come una faccenda da prendere a cura come fosse propria. Tanto più poteva rallegrarsi del fatto se essi si facevano strada. Molti dei suoi allievi presenti in ogni parte del mondo gli hanno dato questa soddisfazione.
Nella memoria Robert Alexy rimarrà come scienziato che ha aperto nuove strade, come docente coinvolgente, come ideale di giurista da seguire. I suoi scritti renderanno accessibile lui e la sua maniera argomentativa essenziale anche in futuro a tutti coloro che non lo hanno potuto conoscere di persona. Per tutti gli altri resterà il ricordo di un ambasciatore cordiale, ironico ed eccezionalmente profondo di una scienza giuridica, quale quella tedesca, di un ventesimo secolo ormai definitivamente concluso.