La democrazia in America al tempo di Trump II

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di Giovanni Di Cosimo

Università di Macerata

1. La seconda presidenza Trump sta sfigurando irrimediabilmente il volto della democrazia americana? Dall’insediamento nel gennaio scorso, se ne discute con crescente preoccupazione. Alcuni osservatori temono che il presidente stia tentando di minare la democrazia e lo stato di diritto (Stiglitz), e che gli Stati Uniti stiano scivolando verso l’autoritarismo (Moynihan). Se tali preoccupazioni fossero fondate, si determinerebbe una drammatica involuzione verso lidi autocratici, superando ampiamente la portate del fenomeno, già da tempo consolidato, della presidenzializzazione della forma di governo. Sembrano andare in questa direzione alcune azioni che il presidente ha messo in campo nei primi mesi di mandato. Vediamo in sintesi i tre principiali fronti di tensione.

2. Sul primo fronte è a rischio la tenuta della separazione dei poteri e degli equilibri istituzionali che caratterizzano la complessa forma di governo presidenziale, e che sono all’origine della notevole stabilità istituzionale del modello (che è caratterizzato inoltre da un articolato sistema di reciproche interferenze fra gli organi, tanto che nessun di essi può esercitare in modo esclusivo le funzioni che gli sono formalmente attribuite). A questo fronte possiamo ascrivere alcuni fattori.

Un primo fattore è il massiccio ricorso agli executive orders. Si tratta di uno strumento utilizzato anche dai presidenti precedenti, ma con Trump II il fenomeno ha conosciuto un deciso salto di qualità. Da un lato, si registrano numeri assai maggiori e, dall’altro, i provvedimenti cadono anche su terreni delicati, come la tutela dei diritti fondamentali. L’impressione è che tali modalità di impiego dello strumento mirino a rimodulare a favore della presidenza la forma di governo e la separazione dei poteri (Baraggia e Camoni; Bassini).

Un altro fattore è la volontà di asservire le autorità indipendenti alle direttive presidenziali. Si spiega così il tentativo di rimuovere un membro del Consiglio dei governatori della Federal Reserve, che per il momento ha conosciuto una battuta d’arresto, dato che la Corte suprema ha sospeso il licenziamento ordinato dal presidente, rinviando a gennaio l’udienza sul merito della controversia.

Un ulteriore fattore è la minaccia di perseguire penalmente l’opposizione politica, rivolta per esempio contro il sindaco di Chicago e il governatore dell’Illinois. Un atteggiamento che allarma perché contrario alle regole basilari della grammatica democratica (Mueller). Lo stile di governo trumpiano predilige il registro della propaganda a danno dei vincoli istituzionali, e si avvale di insulti, intimidazioni, minacce e menzogne per colpire gli avversari politici (Ferrarese). A proposito della ostilità verso le opposizioni politiche, demonizzate secondo il paradigma del nemico, va segnalato anche l’ordine esecutivo che qualifica come «organizzazione di terrorismo interno» il movimento di estrema sinistra “Antifa” (whitehouse.gov).

Va citata infine la questione del terzo mandato. Ad oggi è solo un’ipotesi più volte ventilata, ma già l’averla affacciata suona come uno strappo del galateo costituzionale, posto fra l’altro che il costituzionalismo liberal democratico mira a limitare il potere e quindi la durata delle cariche monocratiche di vertice.

3. Sul secondo fronte stanno le controverse teorie invocate dal presidente a sostegno della espansione dei suoi poteri. La Trump doctrine (Del Piero) contempla, in primo luogo, l’invocazione della Unitary Executive Theory per la quale il governo è unitario «nel senso che il Presidente deve avere pieno potere di controllare l’amministrazione e l’esecuzione delle leggi» (Lessig e Sunstein).

In secondo luogo, prevede il frequente richiamo alla logica emergenziale, accompagnato dal richiamo a basi legislative improbabili, allo scopo di adottare misure straordinarie in situazioni ordinarie che non le giustificherebbero.

In terzo luogo, assegna un ruolo centrale alla religione. Come già accaduto nel primo mandato, la narrazione trumpiana è infarcita di riferimenti religiosi. L’aspetto che qui interessa è che in questa concezione, definita “nazionalismo cristiano”, il cristianesimo viene usato per legittimare il sovrano (Diotallevi).

4. Sull’ultimo fronte troviamo alcune specifiche politiche che incidono su diritti e libertà o si connotano per un uso arbitrario del potere presidenziale. Mi limito a ricordare le principali.

Intanto, le controverse azioni che impattano sulla libertà di espressione, in particolare «l’imposizione del pensiero unico autoritario» (Grande) che si realizza per mezzo del ricatto di bloccare i finanziamenti pubblici alle corporation dell’informazione, alle televisioni e alle radio pubbliche. A ciò si aggiunge una dura ostilità verso qualsiasi forma di dissenso sociale e di manifestazione di protesta.

Altre misure incidono sulla libertà della ricerca scientifica impedendo l’accesso a importanti dataset, riguardanti soprattutto salute pubblica, clima ed economia (Bonifati), e limitano la libertà accademica con l’obiettivo di  allineare le principali università all’orientamento presidenziale su questioni come i programmi didattici, le politiche di ammissione degli studenti, il reclutamento dei docenti (Falorni).

In campo economico si registrano interventi volti a sanzionare soggetti economici e mediatici che il presidente considera ostili e a favorire invece quelli allineati alla sua politica (Castagnoli).

In tema di ordine pubblico fa molto discutere il presidio militare delle città progressiste, malgrado i livelli di criminalità non giustifichino una simile misura. Nel corso dell’incontro con centinaia di alti ufficiali provenienti da tutto il mondo il presidente ha prospettato l’uso dell’esercito all’interno del territorio nazionale: «c’è un nemico fra noi e dobbiamo occuparcene prima che sia fuori controllo». È stato notato che se la democrazia americana fosse ancora pienamente funzionante, un simile discorso ai generali avrebbe portato all’impeachment del presidente (Krugman). Il timore è che voglia trasformare in senso autoritario l’esercito (Ben-Ghiat), e che stia mettendo a rischio la neutralità delle forze armate (Financial Times).

C’è infine la questione dei migranti sui quali si accaniscono le politiche presidenziali e che vengono considerati esclusivamente come un problema di sicurezza nazionale.

5. Questo rapido quadro mostra che le preoccupazioni di tanti osservatori non sono infondate. Eppure, lo scenario appare ancora incerto, la situazione è in continua evoluzione e al momento non si può dire che siano state oltrepassate le colonne d’Ercole della liberal democrazia. Non è nemmeno chiaro se vi sia un piano complessivo per procedere in quella direzione. E c’è da sperare, naturalmente, che abbia ragione chi sostiene che la democrazia resisterà ai quattro anni di Trump II (Nye). A questo fine decisivo sarà il ruolo degli altri soggetti istituzionali, che nella più ottimistica lettura stanno già reagendo (Carminati), mentre secondo altri non si sono ancora efficacemente attivati (Melzi d’Eril, Vigevani).

Il primo soggetto è ovviamente il Congresso, che attualmente a maggioranza repubblicana asseconda nel complesso la linea presidenziale, ma il cui ruolo riequilibratore potrebbe conoscere nuovo vigore con le elezioni di midterm (Clementi).

Ci sono poi i giudici di fronte ai quali, come era già accaduto durante il primo mandato, sono stati impugnati svariati ordini esecutivi. Si registrano già alcune decisioni rilevanti, per esempio in merito alla sospensione cautelare dell’ordine esecutivo in materia di ius soli. Tuttavia, è ancora presto per tentare un bilancio e capire se il riequilibro giurisdizionale del potere presidenziale sia effettivo. Alcuni paventano peraltro uno scenario nel quale la presidenza si rifiuta di dare esecuzione alle sentenze determinando un conflitto istituzionale senza precedenti (De Luca).

L’assetto federale è un altro elemento di riequilibrio, dato che nel sistema statunitense un limite alla eccessiva concentrazione del potere è costituito anche dalla separazione verticale del potere politico fra centro e periferia, oltre che dalla separazione orizzontale fra legislativo, esecutivo e giudiziario. Già nella prima presidenza si sono registrate forti tensioni a causa dell’uso strumentale che Trump ha fatto del principio federale con l’obiettivo di condizionare l’autonomia degli Stati membri al perseguimento dei suoi obiettivi politici (Pierini). La conflittualità con gli Stati a guida democratica è riesplosa nel secondo mandato, e anche in questo caso le controversie stanno arrivando davanti ai giudici, che in un caso recente hanno deciso a favore del presidente (una corte di appello ha sospeso il divieto emesso da un giudice distrettuale di schierare la Guardia Nazionale a Portland, città a guida democratica).

Infine, la Corte suprema, notoriamente a maggioranza repubblicana, che è chiamata a prendere importanti decisioni, per esempio sull’indipendenza della Federal Reserve e sui migranti (Guerrieri). I precedenti finora sono stati nel complesso favorevoli a Trump, come nel caso della discussa sentenza sull’immunità presidenziale (Giupponi; Caravale; Zecca), e della decisione che ha escluso che le corti federali possano emanare universal injunction volte a bloccare su tutto il territorio nazionale gli executive orders (Serafinelli). C’è peraltro molto incertezza sulla linea che i giudici adotteranno di fronte all’intensificarsi delle azioni volte a concentrare potere nelle mani del presidente (Sullivan). Chi non ha fiducia nella corte attuale, sostiene un’interpretazione della Costituzione che indica la strada opposta «di un’America più democratica, più equa, più libera», e confida nel ruolo del popolo americano (Andrias).

Tutto ciò mostra che la tendenza espansiva dei poteri presidenziali deve fare i conti con un consolidato sistema di checks and balances che potrebbe, e ragionevolmente dovrebbe, ricondurre gli eccessi accentratori di Trump II all’interno dei confini costituzionali. Restano peraltro rilevanti incognite legate sia ad alcuni caratteri istituzionali del sistema americano, come in particolare i criteri di nomina dei giudici delle varie corti, e sia alla imprevedibilità degli sviluppi politici e culturali. Un ruolo importante potrebbe averlo anche l’opinione pubblica, e non mancano i primi segnali in tal senso, con i cittadini che manifestano all’insegna dello slogan “No Kings”.

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G. Di Cosimo

Università di Macerata

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