Luoghi sotto assedio. Dalla Ca’ Foscari di Fiano alla redazione de La Stampa
di Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani
Due episodi recenti, solo in apparenza lontani, hanno suscitato in noi un senso di intenso disagio, difficile da liquidare come semplice reazione emotiva. Da un lato, lo scorso 27 ottobre, l’interruzione violenta dell’intervento di Emanuele Fiano all’università Ca’ Foscari di Venezia; dall’altro, un mese più tardi, l’irruzione nella redazione torinese de La Stampa. In entrambi i casi, i danni sono stati contenuti e nessuno, per fortuna, ha riportato ferite fisiche. Eppure, la sensazione che questi fatti lasciano in eredità è quella di una ferita ben più profonda, che tocca il funzionamento stesso della nostra architettura democratica.
Per quanto riguarda i fatti di Torino, il malessere non pareva proporzionato ai danni recati: nessuno alle persone, tutto sommato non eccessivi alle cose. Ci siamo dunque chiesti da dove derivasse quell’inquietudine. La risposta non ha tardato ad arrivare. Noi, figli del secolo passato, siamo cresciuti con l’idea che le redazioni dei giornali siano un luogo sacro, tanto che, come ricordava Hegel già all’inizio del XIX secolo, “la preghiera del mattino dell’uomo moderno è la lettura del giornale”.
Un simile riguardo nasce dalla consapevolezza del ruolo della stampa come indispensabile ingranaggio per il corretto funzionamento delle democrazie mature. La libertà di stampa non tutela soltanto il giornale o il giornalista, ma presidia il diritto dei cittadini a essere informati e, dunque, il pluralismo informativo come bene pubblico essenziale. La sua presenza attiva, in funzione di controllo del potere politico e non solo, consente di mantenere trasparenza su questioni di interesse pubblico che, viceversa, tendono naturalmente all’opacità. Il luogo dove “si fa” un giornale non è dunque un qualunque spazio di lavoro, ma uno dei gangli vitali della forma di Stato del nostro Paese, dove lo scontro si trasforma in parola e l’opinione in dibattito.
Colpirne uno significa far traballare l’intero organismo, non tanto perché ciò metta realmente in pericolo le libertà fondamentali, quanto perché segnala che qualcuno mette in discussione l’architettura basilare del nostro vivere civile: il principio secondo cui le idee si combattono con le idee, non con la violenza. Le scritte minacciose, l’imbrattamento, le urla contro i giornalisti non parlavano dunque solo al giornale, ma all’intera società. Perché quando una redazione viene violata, non è un edificio a essere violato, ma l’idea stessa che il conflitto si risolva parlando e non colpendo.
Riflessioni analoghe ci erano venute alla mente osservando quanto accaduto all’università Ca’ Foscari. Anche lì, non siamo di fronte a un semplice dissenso, pur acceso. Non ci scandalizza, in generale, che su temi drammatici e attualissimi – come il conflitto in Medio Oriente – si sollevino contestazioni vibranti, persino rumorose. La pratica democratica deve saper tollerare anche l’espressione più aspra del dissenso, soprattutto quando esso si rivolge contro il potere.
In casi estremi, lo spazio della critica può persino dilatarsi fino a comprendere forme di rifiuto radicale del confronto, specie quando a parlare sono soggetti che occupano vertici del potere e che, proprio per questo, non faticheranno a trovare altre occasioni per far sentire la propria voce. Ma quanto avvenuto a Venezia si colloca su un piano diverso.
Qui vi erano in gioco tre elementi che meritavano attenzione: il luogo, il fatto e la persona.
Il luogo, anzitutto. Gli atenei sono, sin dal medioevo, il luogo per eccellenza del confronto tra pari, anche aspro, ma libero. Questa loro funzione non è solo storica o culturale, ma oggi anche costituzionale: le università sono spazi nei quali si realizza, in forma particolarmente intensa, la libera manifestazione del pensiero, nella sua dimensione collettiva e dialogica. Entrare in università, soprattutto se pubblica, significa accettare l’idea di dover ascoltare tesi diverse dalle proprie, di dover mettere in discussione convinzioni radicate. È esattamente questo che sembra spaventare chi ha impedito a Fiano di parlare: il rischio della contaminazione, dell’uscire – per usare le parole di Michele Serra – dal circolo chiuso, dalla conventicola dei puri.
Il fatto. Non si è trattato di impedire l’intervento di un rappresentante del potere nello svolgimento di una cerimonia ufficiale, ma di interrompere un incontro organizzato da studenti, nel quale Fiano era stato invitato a discutere di un’ipotesi di pace fondata sul riconoscimento di due popoli e due Stati. Una posizione ben lontana dalle politiche dell’attuale governo israeliano e dalle idee di Benjamin Netanyahu. E allora, perché gridare “fuori i sionisti dall’università” per impedire quel confronto?
Infine, la persona. Il sospetto – inquietante – è che una parte di quella ostilità sia legata all’origine ebraica di Fiano, come se l’appartenenza etnica diventasse criterio di legittimazione o delegittimazione della parola pubblica. Ammettere che qualcuno possa o non possa parlare in base a ciò che è, e non a ciò che dice, significa scivolare in baratri del passato che pensavamo definitivamente consegnati alla storia.
Mettendo insieme l’episodio di Venezia e l’assalto alla redazione torinese, emerge con chiarezza un filo rosso, che può essere letto anche in chiave costituzionale. In entrambi i casi non viene colpita un’opinione particolare, ma vengono messi sotto pressione i presupposti materiali del pluralismo: i luoghi nei quali la libertà di manifestazione del pensiero prende forma come confronto strutturato. In entrambi i casi, a essere colpito è in primis il luogo della mediazione: l’università, il giornale. Spazi “sacri” del dibattito pubblico, nei quali si discute, si dubita, si mettono alla prova le idee. Profanarli significa minare le fondamenta dell’ordinamento liberale.
Questa tendenza non nasce nel vuoto. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una inquietante continuità di aggressioni a luoghi simbolici della democrazia: dall’attentato a Charlie Hebdo all’assalto alla sede della CGIL nell’ottobre 2021, dalle irruzioni nelle università per zittire voci sgradite fino all’attacco al Congresso degli Stati Uniti del 6 gennaio 2021 o, due anni dopo, ai palazzi del potere in Brasile da parte dei seguaci dell’ex presidente Bolsonaro. Non si tratta di una “miscellanea di Schott” di fatti scollegati, bensì di manifestazioni diverse di una stessa logica: la delegittimazione, fino alla devastazione, dei corpi intermedi e della mediazione.
A rendere il quadro ancora più preoccupante contribuisce il diffondersi dell’idea che la violenza – fisica o simbolica – possa essere uno strumento legittimo per intimidire e far tacere l’avversario. Non solo l’avversario politico in senso stretto, ma, ancor più, chi riflette, chi problematizza, chi rifiuta le semplificazioni manichee.
Per chi, come noi, ha memoria degli anni bui del terrorismo, questa dinamica risveglia dolorosi ricordi. Allora furono colpiti proprio gli uomini della mediazione, molti dei quali lavoravano in università (Vittorio Bachelet, Guido Galli, Ezio Tarantelli, Roberto Ruffilli, Massimo D’Antona e Marco Biagi) o nei giornali (Walter Tobagi e Carlo Casalegno). Non i “biechi reazionari” ma coloro che dimostravano, con il loro lavoro, che il conflitto poteva essere governato senza distruggere le regole.
Andando ancora più indietro nel tempo, gli assalti alle redazioni e alle sedi delle organizzazioni politiche e sociali nel primo Novecento non furono incidenti marginali, ma passaggi decisivi nella distruzione della democrazia italiana. Non serve forzare analogie improprie né evocare spettri. Serve però riconoscere una continuità di logica nella pratica dell’intimidazione come strumento per mettere a tacere voci sgradite.
Per questo, minimizzare, giustificare o relativizzare in nome della causa appare pericoloso: contribuisce a creare un clima in cui la violenza contro l’informazione e contro altri luoghi costituzionalmente rilevanti del discorso pubblico diventa prima accettabile, poi praticabile. È una deriva che interroga direttamente la tenuta dell’art. 21 della Costituzione e del principio pluralista che ne costituisce il cuore. Al tempo stesso, sarebbe un errore speculare cedere alla tentazione di rispondere con legislazioni di emergenza o con un inasprimento indiscriminato delle pene, come è ormai usuale in questa legislatura. La storia repubblicana ci insegna che il terrorismo fu sconfitto dallo stato di diritto, non dal suo abbandono.
Difendere le redazioni, difendere le università, difendere i luoghi del confronto non significa dunque proteggere corporazioni o rendite di posizione. Significa, molto più seriamente, preservare le condizioni materiali perché la libertà di manifestazione del pensiero non resti una dichiarazione di principio, ma continui a funzionare come pratica quotidiana.
In fondo, Orwell osservava che «se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire». Le redazioni e le università servono esattamente a questo: a garantire che le idee sgradite trovino comunque un luogo in cui essere ascoltate e contestate, invece di essere semplicemente silenziate.
È un meccanismo imperfetto, faticoso, spesso irritante. Ma è probabilmente l’unico che consenta a una democrazia di sopravvivere senza scivolare nella tentazione di sostituire la discussione con l’intimidazione e senza rinunciare, appunto, alla libertà di dire ciò che non si vorrebbe ascoltare.



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