Quando il clima diventa diplomazia: la lezione imperfetta di Belém

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di Monica Cocconi

Università degli Studi di Parma

La recente conferenza sul clima di Belém (COP30, svoltasi dal 10 al 21 novembre) si è chiusa con un risultato che difficilmente potrà essere definito storico, ma che al tempo stesso non rappresenta il tracollo temuto alla vigilia. La conferenza brasiliana si colloca in una fase delicata del negoziato climatico: superata l’ubriacatura delle grandi dichiarazioni di Baku (2024) e Dubai (2023), ma lontana anche dalla capacità trasformativa che molti osservatori attribuivano al Brasile ospitante. Ne emerge un compromesso segnato da obiettivi mancati, ma anche da segnali di resilienza del multilateralismo e della diplomazia climatica in un mondo dominato da nuove fratture geopolitiche.

L’assenza più pesante è quella di una vera tabella di marcia globale per l’uscita dalle fonti fossili. Il tema è stato al centro dei lavori sin dall’inizio, perché rappresenta la questione sistemica intorno alla quale si gioca la credibilità degli impegni climatici. E tuttavia, nonostante un consenso emergente tra molti Paesi e la determinazione dei gruppi più vulnerabili, il negoziato si è arenato di fronte al muro costruito da una coalizione di Stati che hanno nel petrolio e nel gas il perno della loro proiezione internazionale. Il punto cruciale non è tanto la difesa di un modello energetico destinato comunque al declino, quanto la volontà di preservare influenza, visibilità e capacità di condizionamento. Le monarchie del Golfo e la Russia sanno che non possono fermare la transizione globale, ma possono rallentarla, trasformando ogni ritardo in un vantaggio negoziale o finanziario. Questo atteggiamento ricorda la strategia dei piccoli partiti decisivi in una maggioranza parlamentare: non mirano a cambiare il sistema, ma a massimizzare la rendita della loro posizione di veto.

Per comprendere davvero l’immobilismo su alcuni dossier, bisogna riconoscere che il clima è diventato uno strumento negoziale su tavoli molto più ampi: commercio, dazi, sicurezza energetica, equilibri regionali e persino alleanze militari. Nulla avviene in un vuoto geopolitico, e ogni delegazione porta con sé interessi stratificati. L’Ucraina non può opporsi apertamente alle posizioni fossili per non incrinare il rapporto con gli Stati Uniti di Trump; l’India usa il dossier climatico come leva su temi legati allo sviluppo e alla povertà; il Brasile si propone come custode dell’Amazzonia, ma al contempo utilizza questa risorsa simbolica per rafforzare la propria aspirazione a un ruolo di media potenza. Questo intreccio di interessi non è una deviazione dal processo multilaterale: ne è il suo funzionamento reale, e solo accettando questa prospettiva è possibile interpretarne la complessità.

Belém ha anche confermato la tensione strutturale tra dimensione globale del cambiamento climatico e impatti locali delle politiche di transizione. La foresta amazzonica, considerata il polmone verde del pianeta, racconta bene questa dialettica: per il mondo è un bene comune da proteggere, per il Brasile è un pezzo della propria sovranità da valorizzare in funzione dello sviluppo. La storia insegna che tutti i Paesi, nessuno escluso, hanno attraversato fasi in cui crescita economica e tutela ambientale erano percepite come obiettivi in conflitto. La Cina del 2008, soffocata dallo smog delle Olimpiadi, è l’esempio più citato; l’Europa del dopoguerra, con le sue aree industriali pesanti, non è stata diversa. Ignorarlo sarebbe ipocrita; dimenticarlo, ancora peggio.

La transizione energetica contemporanea aggiunge un ulteriore elemento di complessità: lo sfruttamento intensivo delle risorse necessarie alle tecnologie pulite, a cominciare da litio e terre rare. Le miniere del Cile, dell’Argentina, dell’Africa e della Cina stanno pagando un prezzo ambientale altissimo, che viene raramente portato al centro del dibattito internazionale. La COP30, osservata dall’Amazzonia, ha mostrato quanto questa nuova frontiera estrattiva rischi di replicare gli schemi di potere e disuguaglianza del petrolio. Una transizione che riduce le emissioni globali ma scarica costi devastanti sui territori più fragili rischia di essere insostenibile sul piano sociale prima ancora che ambientale.

In questo quadro, la posizione della Cina rimane uno degli elementi più enigmatici del negoziato climatico. Pechino non desidera assumere formalmente la leadership del processo: guidare significa accettare responsabilità morali, finanziarie e politiche che l’apparato cinese preferisce evitare. Il fatto che la Cina sia ancora classificata come “Paese in via di sviluppo” secondo le regole negoziali del 1992 le garantisce un margine di manovra significativo, ed è difficile immaginare che voglia rinunciarvi. La sua partecipazione alla transizione resta guidata dall’interesse economico più che da un impegno di sistema.

La COP30 ha mostrato anche i limiti sempre più evidenti della struttura negoziale delle conferenze climatiche. Il modello ONU, con le sue procedure lente e spesso frustranti, continua però ad assicurare un quadro di regole condivise che nessun processo parallelo può sostituire completamente. Le iniziative multilaterali fuori dai negoziati formali – come il fondo per le foreste tropicali, la futura conferenza sulle fonti fossili o la roadmap promossa dal Brasile – rappresentano innovazioni importanti, e testimoniano la vitalità del sistema. Tuttavia, prive della cornice istituzionale fornita dalle Nazioni Unite, rischiano di non sopravvivere nel lungo periodo, o di frammentare ulteriormente la governance climatica globale. Le startup possono essere laboratori creativi, ma senza un’architettura solida non diventano mai istituzioni durature.

La dinamica politica della COP30 ha rivelato inoltre una crescente assertività dei piccoli Stati, spesso grazie all’amplificazione garantita dai nuovi media globali. La sospensione della plenaria chiesta da Panama è un precedente che non va normalizzato, ma è anche il segnale di una rappresentanza internazionale più orizzontale rispetto al passato. Per decenni, le nazioni meno influenti hanno avuto un ruolo simbolico. Oggi, invece, possono bloccare un’intera giornata di negoziato. Escluderle o forzarle non è più possibile; includerle è necessario.

Un altro dato politico rilevante è la constatazione che la diplomazia climatica può funzionare anche senza gli Stati Uniti. L’assenza di un sostegno americano alla roadmap brasiliana ne ha limitato le ambizioni, ma non ha paralizzato il negoziato. Il multilateralismo ha retto, e il ruolo crescente delle città – più visibili che in passato – suggerisce che nuovi livelli di governance stanno emergendo per affiancare, non sostituire, gli Stati nazionali.

Infine, Belém ha offerto uno spaccato della cultura relazionale che spesso accompagna le COP: scambi di biglietti da visita, rituali diplomatici, networking incessante. È un mondo che può apparire autoreferenziale, e forse è venuto il momento di bilanciare meglio la dimensione personale con quella sostanziale del lavoro negoziale. Se la diplomazia climatica deve continuare ad avere successo, dovrà tornare a concentrarsi più sulle soluzioni e meno sui protagonismi.

La COP30 non è stata la grande svolta sperata, ma ha confermato la persistenza, pur tra mille contraddizioni, di un processo negoziale capace di resistere alle turbolenze geopolitiche. Il cammino verso la Turchia, sede della prossima conferenza, si apre con molte domande irrisolte, ma anche con la consapevolezza che il multilateralismo climatico, pur imperfetto, resta l’unico terreno condiviso su cui costruire risposte globali. La posta in gioco è troppo alta per lasciarlo andare alla deriva.

Autore

M. Cocconi

Università di Parma

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