Resistenza, Costituzione e antifascismo oggi

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di Chiara Tripodina

Università del Piemonte Orientale

Orazione ufficiale 25 aprile 2026 – Alessandria

Alessandria non è la città dove sono nata e nella quale vivo, ma è la città dove lavoro da vent’anni. A pochi passi da qui insegno, alle studentesse e agli studenti dell’Università del Piemonte Orientale, la Costituzione italiana, che della lotta resistenziale è il miglior frutto.

Sono storie strettamente legate quella della Resistenza, della liberazione e del processo che ha condotto alla nascita della nostra Costituzione e della nostra Repubblica, di cui quest’anno – il 2 giugno – celebreremo l’80° anniversario: sono momenti indissolubili della medesima vicenda storica e politica. Permettetemi dunque di riannodare insieme a voi i fili che legano la Resistenza alla nostra Costituzione repubblicana.

La Resistenza fu un importante e potente momento di assunzione di responsabilità individuale e collettiva in uno dei momenti più bui della nostra storia nazionale. L’8 settembre 1943 è stato definito “la morte della patria” (Ernesto Galli della Loggia, La morte della patria, Laterza 2003). Nelle poche ore di una notte il Re e il governo fuggono da Roma; l’esercito e le istituzioni italiane sbandano; il popolo si smarrisce, il nemico-ex alleato tedesco occupa pressoché indisturbato due terzi della penisola. Ma è proprio in quelle ore che l’antifascismo nasce come forza resistenziale decisiva. Già il 9 settembre, nella Roma abbandonata dallo Stato, i partiti antifascisti, riemersi dalla clandestinità, dal carcere, dal confino o dall’esilio a cui il regime fascista li aveva costretti, ricompongono le forze, mettono a punto le idee e si costituiscono in Comitato di liberazione Nazionale, facendosi trovare pronti. Pronti a contrastare l’occupazione nazista; pronti a spazzare via le ultime vestigia del fascismo; pronti a ricostruire la democrazia.

La mozione fondativa del CLN indica fin da subito che il fine è «chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni». È qui che l’antifascismo diventa Resistenza, per restituire all’Italia dignità, libertà, pace e democrazia. Sono questi i moventi inscindibili della Resistenza, che le hanno dato quello slancio ideale indispensabile per condurre e poi vincere una lotta spesso impari, quasi sempre combattuta tra difficoltà enormi, con prezzi elevatissimi, ma con lo sguardo sempre rivolto al futuro. La parola “resistenza” evoca proprio questa forza morale, che nasce dal perseguimento di un fine alto e comune, in grado di colmare la debolezza materiale e di dare un senso al sacrificio di tutto, anche della stessa vita. Le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana (Einaudi 2015) restituiscono proprio questo sguardo rivolto al futuro: «Muoio contento, per la mia Patria che ho amato tanto, e per l’idea di una futura giustizia e libertà del Paese». Sono queste le parole del partigiano – ne cito uno per tutti – Alessandro Teagno, fucilato al Martinetto, a Torino, il 3 marzo 1945.

 «E se la patria è morta, essi muoiono per la patria, e il loro cuore è la pietra sulla quale s’innalzerà domani, in un mondo liberato, una patria nuova e immortale»: sono questi per Salvatore Satta i partigiani: le pietre fondative della “patria nuova” (De Profundis, 1948).

Alla chiamata da parte del CLN, gli italiani e le italiane che decidono di impegnarsi contro il nazifascismo si cercano e salgono in montagna nel volgere di poche ore. Come – con la prosa poetica di Piero Calamandrei – «le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno» (Uomini e città della Resistenza, Laterza 1955). O, con le parole più nette di Dante Livio Bianco: «i partigiani uscivano da ogni parte, perché qualcuno aveva battuto col piede la terra; ma non era stato un sovrano, re o principe che fosse, bensì una forza più alta e maestosa, quella che si chiama la coscienza civile, la vocazione nazionale, il senso dei valori supremi» (discorso del 18.9.1948 su www.istitutoresistenzacuneo.it). Questo accade in tutto il Nord Italia, in Piemonte, e qui, nei luoghi dell’alessandrino, che seppero opporre alle forze di occupazione una strenua resistenza, coinvolgendo nella lotta di liberazione, incessante e unitaria, le cittadine e i cittadini di ogni ceto e di ogni fede (Motivazione per il conferimento della “Medaglia d’oro al Valor militare per l’attività partigiana” al gonfalone della Provincia di Alessandria ).

Ciò che più colpisce dell’esperienza resistenziale è proprio questa unità “nonostante tutto”: nonostante le distanze ideologiche, nonostante le differenze di ceto, di cultura, di genere, nonostante la diversa proporzione delle forze. L’elemento legante – il cemento etico – è dato dal comune convincimento antifascista, che si rivela più tenace di ogni contrasto. Dove “antifascismo” non significa solo lotta contro uno spettro del passato e del presente, ma anche lotta per spazzare via per sempre quello spettro dal futuro e dalla storia.

Sarà proprio questa unità nonostante tutto, nel segno dell’antifascismo, a fare del fenomeno resistenziale italiano un unicum fra le Resistenze europee e a decretarne il successo, portando il 25 aprile del 1945 alla Liberazione. Ricorda Norberto Bobbio: «Fu come se un vento impetuoso avesse spazzato d’un colpo tutte le nubi e alzando gli occhi potessimo rivedere il sole di cui avevamo dimenticato lo splendore […]. Un’esplosione di gioia si diffuse rapidamente in tutte le piazze, in tutte le vie, in tutte le case. Ci si guardava di nuovo negli occhi e si sorrideva […]. Eravamo ridiventati uomini» (Eravamo ridiventati uomini, Einaudi 2015).

Questa unità nel segno dell’antifascismo sarà ciò che le donne e gli uomini antifascisti porteranno anche nella Costituzione italiana, che di quello slancio unitario fu l’ultimo approdo. Un anno dopo la liberazione, il 2-3 giugno 1946, si svolsero infatti contemporaneamente il referendum istituzionale Monarchia-Repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente. Quel voto di ottant’anni fa fu un marcatempo fondamentale della nostra storia. Per molti motivi. Perché segnò la scelta repubblicana da parte del popolo italiano, che scrisse nei seggi, con le matite copiative, le prime cinque parole della nostra costituzione: «L’Italia è una Repubblica». Perché dall’Assemblea costituente allora eletta, un anno e mezzo dopo, verrà deliberata a larghissima maggioranza la Costituzione italiana. Perché a queste scelte parteciparono anche le donne italiane, alle quali fu riconosciuto per la prima volta il diritto di votare e di essere votate: ventuno entreranno in Assemblea costituente.

Questo riconoscimento non era più procrastinabile alla luce della “Resistenza quotidiana” dimostrata dalle donne italiane: capillare, silenziosa, fattiva, generosa, coraggiosa, essenziale non meno di quella degli uomini. A partire dalla primavera del 1946 anche le donne avranno «la responsabilità di quanto avverrà nel mondo», armate «di quella piccola e quasi radicale cosa che è la scheda elettorale», per usare le parole di Sibilla Aleramo (La sorte toccata alla donna, in l’Unità, 27.2.1946). E nell’immaginario collettivo la vittoria della Repubblica sarà per sempre associate alla foto di una radiosa ragazza bruna con il capo infilato nella prima pagina del Corriere della sera che intitola «È nata la Repubblica Italiana».

La Costituzione italiana del 1947, che le costituenti e i costituenti ci hanno lasciato in eredità, fu per l’epoca in cui fu scritta – ma ancora oggi è – “un sasso lanciato nel futuro”, un fondamentale motore di progresso e cambiamento sociale, politico, economico. Soprattutto fu – ed è – un documento integralmente antifascista. Nelle sue matrici, nei suoi metodi e nei suoi contenuti.

La Costituzione italiana è antifascista nelle matrici, perché i partiti dell’arco costituente sono i medesimi che hanno combattuto fianco a fianco nella Resistenza e che hanno governato politicamente il Paese nella fase costituzionale provvisoria: democristiani, comunisti, socialisti – che insieme detengono il settantacinque per cento dell’arco costituente -, ma anche liberali, repubblicani, azionisti.

È antifascista nel metodo, perché la Costituzione italiana – come la Resistenza antifascista – nasce dalla capacità del compromesso di forze ideologicamente distanti: il compromesso alto, storico, capace di “felici convergenze” determinate dal perseguimento del fine comune di dare alla neonata Repubblica italiana un futuro democratico stabile, ma anche “un volto profondamente umano” (Giuseppe Saragat, Assemblea costituente, seduta del 26 giugno 1946). La Costituzione italiana non è dunque la costituzione di una parte che si impone sulle altre, ma è una costituzione di tutti per la coesistenza di tutti, nella fisiologia del pluralismo politico e della conflittualità democratica.

È antifascista nei contenuti. Chi dice che non trova la parola “antifascista” nella Costituzione italiana o non l’ha letta o, peggio, non l’ha intesa. L’antifascismo è presente non solo nella c.d. “clausola antifascista”, contenuta nella XVII disposizione transitoria e finale, per cui «è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista», ma in ogni principio, in ogni istituto costituzionale. Ogni parola della nostra Costituzione è scritta in aperta polemica con il fascismo: democrazia, libertà, eguaglianza, solidarietà, dignità, autonomia, pluralismo, ripudio della guerra, separazione ed equilibrio tra i poteri, limiti al potere. Sono tutte parole in radicale antitesi rispetto ai paradigmi che connotano l’esperienza fascista.

La Costituzione del 1947 ha il fine ultimo, e primo, di rendere impossibile, anche solo in ipotesi, un ritorno a regimi autoritari e antidemocratici, come quello che i costituenti avevano appena alle loro spalle. Con le parole di Palmiro Togliatti in Assemblea costituente: «la costituzione ci deve garantire […] che ciò che è accaduto una volta non possa più accadere, che gli ideali di libertà non possano essere più calpestati, che non possa essere distrutto l’ordinamento giuridico costituzionale democratico di cui gettiamo le fondamenta» (Assemblea costituente, seduta dell’11 marzo 1947). E questo antifascismo non è sottaciuto, ma è esplicitamente rivendicato in Assemblea costituente: a chi, isolatamente, suggerisce che la Costituzione italiana dovrebbe essere sì spoglia dell’ideologia fascista, ma anche di ogni altra ideologia, e dunque essere a-fascista e non antifascista, la più parte dei costituenti risponde che no: il principio antifascista rappresenta la “base ideologica comune”, non solo rispetto al passato, a ciò che è stato, ma anche rispetto al futuro, a ciò che non dovrà più essere. Ricordo le nettissime parole di Aldo Moro, ma non furono le sole in questo senso: questa Costituzione «oggi emerge da quella resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per la quale ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e della guerra rivoluzionaria, ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione di valori supremi della dignità umana e della vita sociale». «Guai a noi» – prosegue – «se […] dimenticassimo questa sostanza comune che ci unisce» (Assemblea costituente, seduta del 13 marzo 1947). Guai a noi.

Nella Costituzione italiana, dunque, troviamo il sigillo dell’“antifascismo perenne”, come dato essenziale della storia repubblicana, ma anche come impegno per il nostro presente. La Resistenza è stata un infatti sicuramente una realtà storica, ma è anche un ideale perenne, al quale richiamarci «nei momenti difficili, come a una forza morale superiore agli eventi» (Bobbio, Eravamo ridiventati uomini, Einaudi 2015).

Il 25 Aprile non è – non deve essere – dunque solo celebrare l’evento storico della Resistenza, fare memoria insieme; dev’essere anche e soprattutto rinnovare l’impegno antifascista e farne pratica quotidiana. Trasformare il ricordo in rinnovata assunzione di responsabilità, individuale e collettiva. Perché, come ci insegna l’alessandrino Umberto Eco, il fascismo è eterno, è un archetipo riproducibile infinite volte, e «l’Ur-fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno e in ogni parte del mondo» (Il fascismo eterno (1995), La nave di Teseo 2017).

Ecco: stare in guardia come le sentinelle notturne, non essere politicamente indifferenti, essere “partigiani” (Antonio Gramsci, Odio gli indifferenti, 1917) è nostro preciso dovere. È dalla nostra serietà o bestialità, dal modo in cui concorriamo oppure no al progresso materiale e spirituale della società – come esige l’articolo 4 della nostra Costituzione –, che dipendono le sorti dell’Italia. Siamo tutte e tutti coinvolti. Siamo tutte e tutti chiamati a praticare quotidianamente, non solo nelle celebrazioni dei giorni di festa, ma nell’anonimato dei giorni feriali, l’antifascismo: con normalità consapevole, con cura, con attenzione. Ogni nostra idea, ogni nostra azione ha valore politico.

Che cosa significa, dunque, essere antifascisti oggi?

Significa soprattutto “lottare per la Costituzione”, per il suo inveramento e la sua attuazione. Umberto Terracini, Presidente dell’Assemblea costituente, nel licenziare la Costituzione appena approvata, la affidò al popolo italiano perché se ne facesse «custode severo e disciplinato realizzatore» (Assemblea Costituente, 22 dicembre 1947, seduta antimeridiana). I costituenti hanno affidato al “noi” di ogni generazione la Costituzione. Ed è nostro dovere trasmetterla intatta, vera e attuata al “noi” delle generazioni future, a garanzia del permanere della democrazia. Perché la Costituzione non è solo l’approdo della vicenda resistenziale, ma ne è la continuazione politica, pratica e ideale: essa continua a essere attraversata e animata dal vento della Resistenza, che soffia unendo il passato al presente, al futuro.

“Resistenza” significa dunque lottare perché la Costituzione non vada perduta, dimenticata, fatta a brani, inattuata o, peggio, resa inattuabile. Significa lottare perché non venga disprezzato il Diritto internazionale, che è l’equivalente del diritto costituzionale nella comunità politica internazionale. Significa lottare per la libertà fondata sulla responsabilità; per l’uguaglianza unita alla giustizia sociale; per la democrazia, per la solidarietà, per la pace, in Italia e in ogni parte di Mondo.

Questo significa “Ora e sempre Resistenza!”

Viva la Liberazione! Viva la Costituzione! Viva la Repubblica!

Autore

C. Tripodina

Università del Piemonte Orientale

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