Atlante del futuro, sostenibilità intergenerazionale e trasformazioni del diritto pubblico contemporaneo
di Monica Cocconi
Università degli Studi di Parma
Negli ultimi anni il lessico del diritto pubblico si è progressivamente popolato di espressioni che fino a poco tempo fa sembravano appartenere soprattutto alla filosofia politica o agli studi sociologici: «generazioni future», «sostenibilità intergenerazionale», «diritto al futuro», «governance di lungo periodo». La crescente centralità delle questioni ambientali, climatiche ed energetiche ha infatti reso evidente come molte decisioni pubbliche producano effetti destinati a manifestarsi ben oltre il tempo immediato della legislatura o dell’azione amministrativa contingente. In questo scenario, il riferimento al futuro non costituisce più soltanto una categoria retorica, ma tende a diventare un vero e proprio parametro giuridico dell’azione pubblica.
Anche in Italia tale evoluzione appare sempre più evidente. La riforma costituzionale del 2022, che ha modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione introducendo la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi «anche nell’interesse delle future generazioni», rappresenta probabilmente il punto di emersione più chiaro di una trasformazione più ampia del diritto pubblico contemporaneo. La dimensione intergenerazionale entra così nel testo costituzionale e contribuisce a ridefinire il rapporto tra amministrazione, tempo e interesse pubblico[1].
In questo contesto assume particolare rilievo il dibattito sviluppatosi intorno all’idea di un «Atlante del futuro», espressione utilizzata di recente in diverse iniziative pubbliche e culturali dedicate alla sostenibilità e alla pianificazione di lungo periodo. L’Atlante del futuro non rappresenta semplicemente una raccolta di scenari o una riflessione prospettica sulle trasformazioni sociali, economiche e ambientali. Piuttosto, esso può essere interpretato come il simbolo di una nuova esigenza del diritto pubblico: costruire strumenti istituzionali capaci di incorporare stabilmente il futuro nei processi decisionali.
Tradizionalmente, l’azione amministrativa si è sviluppata secondo una logica prevalentemente orientata al presente. Le amministrazioni pubbliche sono state storicamente chiamate a soddisfare bisogni immediati, a gestire emergenze, a garantire servizi e infrastrutture funzionali alle esigenze correnti della collettività. Anche la programmazione amministrativa, pur rivolta talvolta al medio-lungo periodo, è rimasta generalmente ancorata a orizzonti temporali relativamente brevi e spesso coincidenti con il ciclo politico-elettorale.
La crisi climatica, la scarsità delle risorse naturali e le profonde trasformazioni energetiche in corso stanno però mettendo in discussione questa impostazione. Decisioni relative alla localizzazione di infrastrutture energetiche, al consumo di suolo, alla gestione delle risorse idriche o alla pianificazione urbana producono effetti destinati a incidere sulle condizioni di vita delle generazioni future per decenni, se non per secoli. L’amministrazione non può quindi più limitarsi a governare il presente: deve necessariamente confrontarsi con il problema della durata e della responsabilità verso il futuro.
È proprio in questa prospettiva che il paradigma della sostenibilità intergenerazionale assume un significato giuridico particolarmente innovativo. Esso implica infatti che l’interesse pubblico non venga più identificato esclusivamente con le esigenze della collettività attuale, ma comprenda anche la tutela dei diritti delle generazioni future, privi di rappresentanza politica immediata ma potenzialmente incisi dalle decisioni contemporanee.
Da questo punto di vista, il riferimento alle «future generazioni» pone interrogativi profondi per il diritto pubblico. In che modo un’amministrazione può rappresentare interessi non ancora espressi? Quali strumenti consentono di valutare l’impatto intergenerazionale delle decisioni pubbliche? E soprattutto: può esistere una vera e propria funzione amministrativa orientata al futuro?
Alcuni segnali mostrano che una trasformazione è già in atto. Si pensi, ad esempio, alla crescente diffusione di strumenti di valutazione ambientale strategica, di pianificazione climatica e di programmazione energetica integrata. Tali procedure non si limitano più a verificare la legittimità immediata di un intervento, ma cercano di stimarne gli effetti cumulativi e di lungo periodo. Analogamente, l’evoluzione del diritto europeo dell’energia e dell’ambiente evidenzia un progressivo rafforzamento degli obiettivi di neutralità climatica, resilienza e sostenibilità sistemica.
Anche il principio «do no significant harm», introdotto nella governance europea del Next Generation EU, appare significativo sotto questo profilo. Per la prima volta, infatti, il finanziamento pubblico europeo viene subordinato alla verifica che determinate attività non producano danni ambientali significativi nel medio-lungo periodo. Si tratta di un passaggio rilevante perché dimostra come la temporalità di lungo periodo stia progressivamente entrando nei criteri ordinari della decisione amministrativa e finanziaria.
L’Atlante del futuro può allora essere letto come metafora di questa trasformazione. Esso rappresenta l’esigenza di sviluppare una capacità pubblica di anticipazione, previsione e pianificazione strategica. In altre parole, il futuro non viene più considerato come uno spazio indeterminato e separato dall’azione amministrativa, ma come una dimensione da integrare stabilmente nei processi decisionali pubblici.
Ciò comporta inevitabilmente anche una ridefinizione del rapporto tra tecnica, politica e amministrazione. La gestione dei rischi climatici ed energetici richiede infatti competenze scientifiche sempre più sofisticate, modelli previsionali complessi e sistemi di monitoraggio continuo. L’amministrazione contemporanea tende quindi a diventare sempre più “anticipatoria”, fondata su dati, scenari e valutazioni probabilistiche.
Questa evoluzione presenta tuttavia anche profili problematici. Una governance del futuro rischia infatti di ampliare il peso della tecnocrazia e degli apparati tecnico-scientifici, riducendo gli spazi del conflitto democratico e della partecipazione. La sostenibilità intergenerazionale potrebbe trasformarsi, almeno in alcuni casi, in un argomento utilizzato per giustificare decisioni fortemente centralizzate o accelerate, soprattutto nei settori dell’energia e delle infrastrutture strategiche.
Per questa ragione, il tema del futuro non può essere affrontato soltanto in termini di efficienza amministrativa o di razionalità tecnica. Al contrario, esso impone una riflessione più ampia sulla democrazia e sulla rappresentanza. Se le decisioni pubbliche producono effetti di lungo periodo, allora diventa necessario immaginare nuove forme di partecipazione e di coinvolgimento collettivo capaci di includere anche la prospettiva intergenerazionale.
Non è casuale che molte iniziative dedicate all’Atlante del futuro insistano proprio sulla partecipazione giovanile e sulla costruzione di assemblee deliberative orientate alle nuove generazioni. In questo senso, il futuro diventa non soltanto un oggetto della decisione pubblica, ma anche un nuovo spazio della cittadinanza democratica.
La trasformazione dell’azione amministrativa appare dunque destinata a svilupparsi lungo una duplice direttrice. Da un lato, cresce l’esigenza di amministrazioni capaci di programmare e governare fenomeni complessi secondo orizzonti temporali lunghi. Dall’altro lato, emerge la necessità di evitare che la pianificazione del futuro si traduca in una mera tecnicizzazione delle scelte pubbliche.
Il diritto pubblico si trova quindi di fronte a una sfida particolarmente delicata: costruire strumenti istituzionali che consentano di integrare il principio di sostenibilità intergenerazionale senza compromettere le garanzie democratiche e partecipative. In tale prospettiva, il futuro potrebbe diventare una delle categorie centrali del diritto pubblico del XXI secolo.
L’Atlante del futuro, allora, più che un semplice progetto culturale, sembra rappresentare il tentativo di immaginare una nuova grammatica dell’azione pubblica. Una grammatica nella quale il tempo lungo, la responsabilità ecologica e la tutela delle generazioni future non costituiscano più elementi marginali o eccezionali, ma criteri ordinari di legittimazione delle scelte amministrative.
[1] Si v. M.P. Poto, La tutela costituzionale dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle generazioni future, in Resp. Civ. e Previdenza, n. 3, 2022, 1057; A. Bonomo, Governare la transizione ecologica: fra nuovi interessi e nuovi conflitti, in Rivista Trimestrale di Diritto Pubblico, fascicolo 3, 2024, pag. 619; R. Bifulco, Diritto e generazioni future. Problemi giuridici della responsabilità intergenerazionale, Milano, Franco Angeli, 2008; R. Bifulco D’Aloia (a cura di), Un diritto per il futuro. Teorie e modelli dello sviluppo sostenibile e della responsabità intergenerazionale, Napoli, Jovene, 2008.



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