Il ruolo degli accademici nella società che cambia – Introduzione alla Tavola Rotonda “Il ruolo degli accademici nella società che cambia. Ricordando Carla Barbati”

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Registrazione integrale della Tavola Rotonda

di Stefano Civitarese Matteucci

Nel mio compito di coordinatore, introdurrò il nostro incontro, facendo tre cose.

Anzitutto, un sentito ringraziamento all’università Bicocca e alla sua rettrice, nonché ad Alfredo Marra, per l’ospitalità e il supporto, a nome del comitato editoriale del Diario di diritto pubblico. Il Diario è un blog che, come la rivista Diritto pubblico (Mulino), è uno spin-off dell’Associazione amici del diritto pubblico, che ho il piacere di coordinare con Eugenio Bruti Liberati. Questa à la nostra prima uscita pubblica, cui speriamo ne seguiranno molte altre.

La seconda cosa è richiamare brevemente le ragioni di questo incontro. L’idea prende le mosse dal secondo editoriale del blog, a cura del sottoscritto, intitolato Università e libertà accademica: abolire i concorsi e/o (almeno) i settori scientifico-disciplinari?

A questa domanda, in parte retorica in parte no, si arriva a partire dal dato di fatto di una profonda crisi dell’università italiana, e da una riflessione di Antonella Polimeni pubblicata di recente su Scuola democratica, in un articolo intitolato L’università verso la Quarta missione, in cui si ritiene cruciale perseguire l’obiettivo dell’internalizzazione (insieme alla valutazione forse l’ossessione della nostra professione in questi anni). Per Polimeni le università sono «sono le istituzioni pubbliche per eccellenza dove sviluppare e mettere alla prova nuovi modelli culturali e organizzativi sostenibili; dove rinnovare la didattica, creando percorsi di studio più aderenti alle mutate esigenze della società; dove innovare la ricerca e la sperimentazione di nuove forme aggregative, attraverso collaborazioni scientifiche e formative sempre più improntate alla transdisciplinarità e all’internazionalizzazione».

Ammesso e non concesso, che questo sia un percorso desiderabile, viene appunto da chiedersi, quanto il modo come si diventa accademici in Italia, fortemente ancorato a determinate identità disciplinari, sia adeguato alle sfide che tale cambiamento presenta.

La questione che ho chiamato “settorializzazione per decreto” come sclerotizzazione del sapere, da cui discende l’idea – forse un po’ giacobina – di abolire i settori scientifico-disciplinari, solleva una serie di problemi di fondo del “sistema delle autonomie” universitarie, come le ha chiamate Carla Barbati, nel suo libro del 2019 per Giappichelli.

Nel suo ricordo di Carla, appeno uscito su Diritto pubblico (3/2023), Marco Cammelli indica quest’opera come l’approdo di un «lungo cammino segnato dal disincanto rispetto alle possibilità intraviste all’inizio del secolo e dalla vigorosa sterzata centralizzatrice e conservatrice che, imposta dalle turbolenze economico-finanziarie sorte nel 2008 poi dalle crisi di ogni sorta dell’ultimo decennio, riduce significativamente le prospettive di innovazione nelle quali Carla Barbati e la sua generazione erano cresciute … il disincanto è pieno e dichiarato sia nella premessa che nelle conclusioni del volume, con particolare riguardo alla “grande riforma” della legge Gelmini 240/2010». Le critiche mosse riguardano tanto l’inadeguatezza del legislatore quanto «l’atteggiamento difensivo delle categorie accademiche e il loro intreccio ben poco virtuoso con l’horror vacui normativo e ministeriale di cui la griglia sempre più stretta dei gruppi disciplinari o le modalità di valutazione sono testimonianze esemplari». Come osserva ancora Marco Cammelli, dal principio cardine della connessione tra formazione e ricerca il sistema delle autonomie non è mai riuscito a sviluppare le implicazioni dell’autonomia che, sono ancora parole di Marco, «è differenziazione, [Carla in un articolo del 2015 riconduceva l’autonomia alla metafora del ‘vedere da vicino’, per cogliere «quelle specificità che diventano differenze»] ed è necessaria [prosegue Marco] proprio per la necessità di assicurare il collegamento degli atenei con le realtà esterne, inevitabilmente diverse, perdendo così di vista il decisivo versante relazionale del concetto stesso di autonomia».

La mia idea è che la questione di come si diventa docenti sia il luogo più sensibile dell’autonomia universitaria, perché storicamente e inestricabilmente connesso alla relazione tra autonomia delle istituzioni universitarie e libertà di espressione, nella sua declinazione di insegnamento e ricerca. L’importanza di questo legame è riflessa nel nostro ordinamento dalla regola secondo cui la definizione dei settori disciplinari è riservata al Consiglio universitario nazionale.

Di tanto in tanto si torna a parlare di cooptazione, il metodo per reclutare nuovi accademici prevalente all’estero. Si comincia a fare strada, anche in alcune sentenze, l’idea che i concorsi universitari siano necessariamente “ambientati” in una rete di relazioni accademiche, avvertite come tipiche e positive dalla comunità, che non possono essere qualificate come pratiche abusive. Se si parte dalla considerazione che l’ingresso nella carriera universitaria risponde a logiche non riconducibili ai meccanismi tipici dei concorsi pubblici (ammesso che questi siano validi in qualunque altro settore), occorre trarne due conseguenze:

1) concorso pubblico come procedura burocratico-amministrativa e cooptazione sono meccanismi incompatibili;

2) un sistema di cooptazione consegnato a settori disciplinari chiusi (gruppi di professori) con compiti di selezione sarebbe persino peggiore di quello attuale, perché consegnerebbe il reclutamento all’arbitrio dei gruppi disciplinari stessi.

Come osservato da Marta Cartabia nel corso della Tavola rotonda (la quale suggerisce di limitare la tecnica del concorso all’abilitazione nazionale), la questione dei concorsi è legata all’art. 97.4 Cost., secondo cui agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso. Sino a che le università saranno pubbliche amministrazioni (e i professori impiegati persino più pubblici degli altri in base alla legge) il concorso sembrerebbe inevitabile. L’art. 97 aggiunge, però, “…salvo i casi stabiliti dalla legge”. Mi domando se l’università, vista la sua peculiare posizione di autonomia, non possa rappresentare uno di questi “casi”.

Se non concorso, cosa, allora? Per comprendere come vengano assunti gli accademici mediante cooptazione, per esempio nel Regno Unito, la cosa migliore è andarsi a guardare un “bando”, termine improprio, loro lo chiamano advertisement. Quello cui il link rinvia è un posto di lecturer (sostanzialmente ricercatore) in Forensic Speech Science (non troverete mai un “settore scientifico-disciplinare” così denominato, anche perché non esiste l’idea degli SSN nel Regno Unito). A parte quello che si richiede ai candidati in termini di esperienza, attitudini, pubblicazioni e quello che i candidati devo aspettarsi come lavoro, troviamo indicato il giorno dell’interview (colloquio), in questo caso dopo circa due mesi, e un indirizzo e-mail per “direct informal enquiries” al direttore del Dipartimento. Chi verrà invitato all’intervista (short-listed come si dice in gergo), in cui si troverà al cospetto di alcuni componenti del dipartimento con eventualmente qualche rappresentante degli organi accademici centrali, saprà in pochi giorni se ha ottenuto il posto o no. Dinanzi a questo modello, una delle cose che ho sempre trovato arduo spiegare agli amici e colleghi britannici è come sia possibile che in Italia tante delle decisioni sul reclutamento nell’università finiscano dinanzi ai giudici amministrativi.

La parte II del libro di Carla del 2019, dedicata al governo delle autonomie universitarie, si apre proprio con l’analisi di ciò che lei chiama le regole che «presiedono alla sistemazione dei saperi accademici in settori e in aree disciplinari» e la ragione di questa scelta dipende dal fatto che questi, scrive Carla, si affermano «come strumenti ai quali esse consegnano un autogoverno che va oltre la dimensione degli assetti ordinamentali, precedendoli sino a condizionarli».

Non credo Carla, da amministratrice (presidente CUN), condividesse la mia radicalità sul punto, però nel libro (p. 119) leggiamo che i SSD sono «conservati in conformazioni che raccontano separazioni culturali codificate in altri tempi o anche solo le capacità che sono state di alcuni ambiti di ricerca e non di altri di essere riconosciuti come spazi per gestioni autonome dei reclutamenti e degli insegnamenti». Non mi pare ci fosse andata leggera, quindi.

Ecco, spero, così di avere giustificato perché abbiamo scritto nella locandina che la prospettiva di partenza è solo apparentemente interna al mondo universitario e vorremmo riflettere sull’evoluzione e le prospettive del rapporto tra accademia, società e istituzioni, al centro del quale vi è il valore dell’autonomia dell’università. In una battuta, io sono convinto che l’autonomia e la libertà dell’insegnamento e della ricerca (che Kant includeva tra le tre pre-condizioni di una società democratica in grado di concorrere all’obiettivo della pace perpetua) vadano strenuamente difese; per questo, se mi passate la rudezza, la maggior parte delle sue pratiche e regole devono essere lasciate all’autogoverno; allo stesso tempo, però, i valori, gli obiettivi, il posto dell’università nella società devono essere il più possibile aperti alla discussione pubblica e al dibattito politico.

A partire da questi spunti abbiamo chiesto ai nostri ospiti di offrirci i loro punti vista, con la precisazione che potranno interpretarli e svilupparli liberamente nella direzione che vorranno.

E con ciò siamo alla terza cosa, il piacere di presentare i nostri relatori, per la quale rinvio all’inizio del video della nostra Tavola Rotonda.

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