Ripristinare la rappresentanza con un genuino voto di preferenza o con il maggioritario a doppio turno
di Pietro Ciarlo
Università degli Studi di Cagliari
L’Assemblea Costituente fu eletta con un sistema proporzionale puro e voto di lista con preferenze (Decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n.74). Gli elettori sceglievano una lista di partito e potevano esprimere due preferenze nelle circoscrizioni che eleggevano fino a quindici deputati e tre preferenze in quelle che ne eleggevano sedici o più. Tutto senza trucchi e senza inganni, tipo capilista bloccati e premi di maggioranza. I candidati furono scelti dai partiti ed erano tutti reduci dalle carceri, dall’esilio, dall’isolamento politico, nessuno era compromesso con il passato regime. Quando si dice che la Costituzione è nata dalla Resistenza raramente si tiene conto delle biografie di tutti i 556 Costituenti, non solo di quelle dei leader più noti. Se lo si facesse più spesso ogni cosa sarebbe più chiara e coinvolgente.
Tra gli antifascisti silenziosi o ridotti al silenzio, mi piace citare il caso emblematico ma ormai dimenticato del barone Giambattista Bosco Lucarelli. Egli, più volte deputato del Regno, sottosegretario del Governo Facta, sindaco di Benevento, dove in questa sua città fondò l’Associazione Democratica cristiana, nel 1919 aderì al Partito Popolare di don Sturzo e decadde dalla carica di Parlamentare a seguito dell’avvento del fascismo. Durante il ventennio esercitò la professione di avvocato senza mai scendere a compromessi con il regime. Caduto il fascismo tornò alla vita politica e fu membro della Consulta nazionale. Coerente con le sue idee, il nostro aristocratico avvocato dichiarò che al referendum avrebbe votato per la Repubblica, pur sapendo benissimo che la sua circoscrizione, quella di Benevento-Campobasso, era tra le più monarchiche d’Italia. Nonostante ciò, per la stima e l’affetto di cui godeva, ottenne uno strabiliante risultato: circa 40.000 preferenze. Poi, anche in virtù di questo esito, fu Vicepresidente dell’Assemblea costituente e Deputato nelle prime due legislature repubblicane. Morì nel 1954.
In seguito, gran parte degli eletti alla Costituente, anche quelli ormai dimenticati, furono a lungo autorevoli Deputati della Repubblica, e in virtù della loro formazione contribuirono in maniera decisiva al consolidamento delle istituzioni democratiche. Il Partito d’Azione ebbe una minuscola rappresentanza alla Costituente, ma con le preferenze i suoi eletti furono Giulio Bordon, Pietro Calamandrei, Tristano Codignola, Vittorio Foa, Riccardo Lombardi, Emilio Lussu, Pietro Mastino, Fernando Schiavetti e Leo Valiani.
Però, dopo i fasti iniziali, il voto di preferenza incominciò il suo declino e divenne veicolo di corruzione e di scambi vergognosi soprattutto nel Mezzogiorno. Negli anni ’80 del ‘900 montò una diffusa e decisa avversione contro la preferenza. Anche io allora combattei contro di essa, ma ora ho cambiato idea.
Il 9 giugno del 1991 si tenne il referendum sulla preferenza unica promosso da Mario Segni. L’obiettivo era ridurre il numero delle preferenze esprimibili da quattro o cinque a una sola. I votanti furono il 62% degli aventi diritto e il 95% si espresse per il sì. In pratica andarono a votare solo quelli che volevano il passaggio alla preferenza unica. Molti partiti puntarono sul mancato raggiungimento del quorum, in particolare Bettino Craxi invitò ad andare al mare piuttosto che ai seggi. Ma non ci fu verso, ormai il voto di preferenza era talmente screditato da essere travolto dalla più che giustificata furia popolare. Le preferenze erano diventate il simbolo della maledizione clientelare se non criminale. Ma dal referendum del 1991 sono passati ben 35 anni e un mondo nuovo non ancora si è visto.
Dal 1993, anno dal quale molti ritengono sia iniziato in Italia il bipolarismo, che forse è il caso di definire imperfetto perché in alcune fasi caratterizzato da coalizioni ondivaghe, in Italia si sono succedute ben sette modifiche alle leggi elettorali, quasi tutte approvate a ridosso della fine della legislatura, di cui una, il cosiddetto Italicum, mai utilizzata perché dichiarata parzialmente incostituzionale. In particolare, il Porcellum fu adottato nel 2005 per le elezioni del 2006 e il Rosatellum nel 2017 per le elezioni del 2018.
Proposte di leggi elettorali o nuove discipline sono state pensate dalle maggioranze del momento per cercare di vincere nuovamente le elezioni. E’ un paradosso ma il problema della rappresentatività degli eletti non è mai entrato nel dibattito pubblico. Ho fatto una piccola autoanalisi: ricordo solo pochissimi dei candidati per i quali ho votato nelle elezioni più recenti. Sicuramente questo risultato deludente dipende dalle mie modestissime capacità mnemoniche, ma almeno in parte anche da formule elettorali che affidano la scelta dei candidati a lontani meccanismi partitici. Tranne che il maggioritario a doppio turno e il ritorno delle preferenze, dal 1993 ad oggi le abbiamo provate tutte, ma nessuna soluzione ha dato risultati soddisfacenti.
Bisogna chiedersi se sia da condividere l’affermazione secondo cui il nostro Parlamento sarebbe un Parlamento di nominati senza rappresentatività. Io la condivido.
Il meritato discredito in cui cadde quaranta anni fa il sistema delle preferenze non ha dato luogo, dopo infinite “sperimentazioni”, a un rinnovamento della rappresentatività, ma a un sistema di “nomine” ormai anche esso totalmente screditato.
Tutte le formule elettorali non possono non avere un radicamento territoriale di carattere locale. Il corpo elettorale, organizzato in collegi o circoscrizioni, deve poter innanzitutto scegliere e poi votare liberamente i candidati. In italiano i cacicchi fino ad un certo punto sono stati i capi locali delle popolazioni colonizzate dagli spagnoli, poi dal 1997 sono diventati nostrani leader di partito accusati di controllare voti e potere a livello locale. Questa accusa era il giusto approccio per rinnovare la rappresentanza o, viceversa, serviva solo per stabilire il dominio del centro? Forse un po’ l’uno un po’ l’altro, sta di fatto che con il passar del tempo la questione di un’adeguata rappresentanza parlamentare è sostanzialmente uscita dal più ampio dibattito pubblico. Tutto si è concentrato sulla figura del Presidente del Consiglio, sulla immediatezza della scelta del governo e sulla sua durata. Come se le trattative post elettorali per formare un governo, anche se limitate nel tempo, o una crisi di governo, debbano necessariamente portare alla fine del mondo.
Nell’opinione pubblica si è diffusa la sensazione che la legge elettorale serva ad eleggere il governo e non i parlamentari, tanto questi sono inevitabilmente scelti dal centro partitico. Al momento in cui scriviamo (metà luglio 2026) non conosciamo i contenuti della legge elettorale di quest’anno, ma sembra che il 75% dei cittadini ne sappia poco o niente e comunque che il 53% di essi valuti negativamente l’assenza delle preferenze (Nando Pagnoncelli, Corriere della sera, sabato 20 giugno), del resto viste favorevolmente anche dalla Corte Costituzionale, ma senza trucchi come quello di prevedere un capolista bloccato che, eleggibile in più circoscrizioni, con la propria opzione può scegliere il vero vincitore. O escludendo la doppia preferenza di genere, proficuamente introdotta per la prima volta nel nostro ordinamento con la legge della Regione Campania n. 4 del 2009, che ho avuto la possibilità di redigere essendo allora nel Consiglio di quella Regione, e che poi è stata dichiarata non illegittima dalla Corte Costituzionale (sent. n. 4 del 2010) e recepita nella legge statale per le elezioni negli enti locali. In definitiva, se si volesse effettivamente migliorare la rappresentanza, è difficile prescindere da un genuino voto di preferenza che non è stato solo l’istituto degradato che abbiamo conosciuto negli ultimi anni della sua vita, infatti, esso, nelle prime legislature della Repubblica fu un glorioso tramite tra elettori ed eletti.
In alternativa alla preferenza, si potrebbe anche ipotizzare un maggioritario a doppio turno per l’elezione dei parlamentari. Ma, questo sistema, pur giustamente riconosciuto come quello più orientato alla ricomposizione della rappresentanza politica (Amato-Tarli Barbieri, Le stagioni della Repubblica, p. 12, 2026), non è mai stato preso in seria considerazione per l’elezione dei parlamentari stessi.
Queste reticenze spiegano davvero molte cose, se ve ne fosse ancora bisogno.



Commenti