Uso della forza e repressione del dissenso: appunti sul (preoccupante) stato di salute della nostra democrazia

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di Caterina Amorosi

1. La tendenziale restrizione dei diritti di libertà (e, segnatamente, della libertà di manifestazione del pensiero e della libertà di riunione) che si registra da diversi anni all’interno delle democrazie occidentali assume oggi, ad avviso di chi scrive, dimensioni maggiormente allarmanti se viene analizzata allargando l’“inquadratura” per osservarla all’interno del panorama politico-istituzionale in cui si inscrive.

Si può notare in questo modo una generale delegittimazione del dissenso, fenomeno che riguarda sia il piano istituzionale (tramite la drastica riduzione del dibattito parlamentare, della democraticità dei partiti e del pluralismo dell’informazione) sia il piano della politica legislativa che, in materia di diritti di libertà, si è orientata verso una interpretazione molto ampia del limite della “sicurezza” o dell’“ordine pubblico”.

In effetti, dall’attacco terroristico alle torri gemelle si può dire che è iniziata una nuova stagione, quella dell’“emergenza sicurezza”, alla quale si è risposto limitando sempre di più le libertà individuali.

In particolare, in quasi tutti i paesi occidentali si è optato per l’adozione di politiche legislative repressive, caratterizzate da una forte restrizione dei diritti, da deroghe alle regole processuali, da ampliamenti dei poteri di polizia, determinando in questo modo il rischio che le misure adottate in difesa delle democrazie e dei suoi valori possano condurre, in realtà, alla sospensione dei principi che sono alla base della stessa democrazia.

Ciò che in questa sede interessa segnalare è il campanello d’allarme rappresentato dal crescente ricorso a paradigmi repressivi nella gestione del conflitto interno e del dissenso che caratterizza le democrazie occidentali.

Basti pensare alle politiche adottate da diversi Paesi europei in relazione ai movimenti di protesta sorti in seguito all’ennesimo riacuirsi del conflitto israelo-palestinese: alle manifestazioni che si sono svolte nei vari Stati sempre a sostegno della pace si è risposto, a ben vedere, con la medesima vis repressiva. Lo dimostrano i diversi episodi di scontri fra le forze dell’ordine ed i manifestanti che si sono avuti, ad esempio, in Francia ed in Germania, episodi davanti ai quali il Ministro dell’Interno Francese e il Cancelliere tedesco non hanno reagito condannando l’uso sproporzionato ed eccessivo della violenza da parte della polizia, ma, anzi, hanno ordinato il divieto assoluto delle manifestazioni a favore della Palestina (it.euronews.com, 15/10/2023; dinamopress.it, 16/11/2023).

Bisogna specificare, tuttavia, che in alcuni Stati il rischio di una sospensione dei fondamentali principi democratici è certamente molto più concreto dal momento che la repressione del dissenso si accompagna a politiche marcatamente sovraniste e ad un assetto dei poteri pericolosamente vicino a quello di una autocrazia. Si prenda ad esempio l’Ungheria, uno Stato il cui premier, Viktor Orban, è al quattordicesimo anno di governo di fila ed in cui, attraverso l’istituzione di un’autorità di controllo dei media, l’opposizione è di fatto ridotta al silenzio, non trovando alcuno spazio né nelle televisioni, né nelle radio. La lotta contro il dissenso interno viene condotta su più fronti: sul piano finanziario tramite la riallocazione di risorse economiche destinate all’opposizione (Viktor Orban, ecco i 180 decreti dei “pieni poteri, ilFattoquotidiano.it, 27/05/2020); sul piano giudiziario tramite l’inasprimento delle pene per chi esprime le proprie opinioni (ricondotte all’interno della fattispecie di “fake news”); sul piano esecutivo, tramite l’abituale ricorso alle forze di polizia per reprimere il dissenso.

A ciò si aggiunga che il governo ungherese ha di recente emanato una legge – da più parti definita volutamente vaga (Ungheria, nuova stretta autoritaria: nasce l’Ufficio per la tutela della sovranità, Repubblica.it, 23/11/ 2023) – volta ad istituire un “Ufficio per la tutela della sovranità nazionale” che avrà il compito di indagare su qualsiasi attività che abbia lo scopo di influenzare il dibattito democratico e che potrà persino infliggere pene carcerarie.

La progressiva compressione dei diritti di libertà, la negazione del conflitto e l’alterazione della fondamentale dialettica democratica sono i passaggi che hanno portato de facto ad un mutamento della forma di governo democratica ed all’affermarsi di una autocrazia (L’Ungheria non è più una democrazia, dice il Parlamento europeo, It.euronews.com, 15/09/2022).

2. Pur con evidenti e sostanziali differenze rispetto all’Ungheria, nel nostro ordinamento, se si guarda anche solo agli ultimi decenni, si possono riscontrare numerosi casi in cui il diritto di libertà di riunione o di manifestazione del pensiero è stato limitato ingiustamente, ossia in assenza – ai sensi degli artt. 17 e 21 Cost. – dell’attualità del pericolo per la sicurezza, per l’incolumità pubblica o per il buon costume. Non solo: in molti di questi casi il diritto è stato represso con l’uso della forza da parte dell’autorità di pubblica sicurezza; un ricorso alla violenza che il più delle volte è apparso immotivato e, soprattutto, sproporzionato poiché slegato dalla concretezza del pericolo. Senza considerare i fatti più gravi (e complessi) come quelli accaduti a Napoli ed a Genova nel 2001, si può pensare ai numerosi cortei studenteschi di protesta contro le riforme universitarie finiti con gli scontri fra manifestanti e forze dell’ordine o ai presidi organizzati da rappresentanti di lotte territoriali sgomberati con la forza dall’autorità di pubblica sicurezza (come accaduto, ad esempio, a Torino il 15 gennaio 2022 nel corso di una protesta contro la costruzione di un centro commerciale) (Le manganellate di Pisa non sono un incidente, volerelaluna.it, 28/02/20249).

Dunque, gli eventi più recenti – come, ad esempio, gli scontri avvenuti a Pisa lo scorso febbraio nel corso di manifestazioni a sostegno della Palestina – non rappresentano un’eccezione e, non essendo una novità, non dovrebbero destare particolare stupore. Tuttavia, ci sono degli aspetti peculiari di questi ultimi accadimenti che valgono a differenziarli dai precedenti, o meglio, a porli su di un altro (e più preoccupante) piano: mi riferisco, come già accennato, al contesto politico-istituzionale.

Per approfondire il punto, sembra opportuno fare uno specifico richiamo ad alcuni fatti particolarmente indicativi di questi ulteriori e nuovi punti di criticità nella gestione repressiva della dialettica potere vs libertà.

Come noto, il 24 febbraio a Pisa gli studenti e le studentesse (per lo più delle scuole medie superiori) che manifestavano pacificamente a sostegno della Palestina sono stati manganellati dalle forze dell’ordine senza che ci fosse un concreto ed attuale pericolo per l’ordine pubblico. Infatti, i manifestanti erano semplicemente intenzionati a raggiungere in maniera pacifica una piazza adiacente la via attraversata in quel momento dal corteo. A nulla rileva il fatto che la manifestazione non fosse stata autorizzata, dal momento che, come noto, ai sensi dell’art. 17 Cost., la libertà di riunione in luogo pubblico non è subordinata ad una autorizzazione, ma semplicemente ad una comunicazione che, se non viene effettuata, comunque non determina ipso facto lo scioglimento della stessa da parte delle forze dell’ordine. 

Le stesse dinamiche hanno caratterizzato gli scontri fra polizia e manifestanti che si sono verificati il pomeriggio dello stesso giorno a Firenze.

A queste azioni delle forze dell’ordine non è seguita una ferma condanna da parte delle istituzioni; anzi, ad esclusione della presa di posizione del Presidente della Repubblica (che ha qualificato il ricorso ai manganelli come un “fallimento” delle Forze dell’ordine), le voci che si sono levate dal Governo sono state tutte a sostegno dell’operato della polizia. A cominciare dalla Presidente del Consiglio che ha dichiarato che «togliere il sostegno delle istituzioni a chi ogni giorno rischia la propria incolumità per difendere la nostra è un gioco che può diventare molto pericoloso». A ciò si aggiunga la presa di posizione del suo partito, Fratelli d’Italia, il quale ha sostenuto, in seguito ai fatti di Pisa e Firenze, un’iniziativa di vicinanza agli agenti di polizia visitando alcune questure del Paese (ilSole24ore.it, 2/03/2024). Ed ancora, fra le diverse parole di sostegno alla polizia espresse dagli esponenti della maggioranza di governo, vi sono quelle del deputato leghista Ziello, il quale ha definito l’operato delle forze dell’ordine come una prova di «abnegazione e preparazione» ed ha concluso ringraziando «gli uomini e le donne in divisa che, ancora una volta, hanno dimostrato un alto senso delle istituzioni» (Pisatoday.it, 23/02/2024).

Gli stessi scenari si sono riprodotti in altre manifestazioni a sostegno della pace a Gaza, si pensi, ad esempio, agli scontri avvenuti a Bologna il 20 marzo ed ai momenti di tensione fra studenti e polizia che ci sono stati nella mattinata del 26 marzo all’Università Sapienza di Roma. 

Proprio quest’ultimo evento sembra essere particolarmente indicativo di quei segnali allarmanti a cui si accennava all’inizio dal momento che ha determinato una reazione da parte dell’esecutivo quantomeno preoccupante, se non pericolosa. Infatti, in risposta alle proteste studentesche e sulla spinta degli ultimi scontri avvenuti all’Università Sapienza, la Ministra dell’Università e della Ricerca ha deciso di programmare un tavolo di confronto non con una delegazione degli studenti, ma con il Capo della Polizia per poter avere una ricognizione sul livello di allarme raggiunto negli Atenei italiani e, conseguentemente, una valutazione sui modi più opportuni di intervenire. Dunque, la prima risposta che viene data dal Governo a chi manifesta a favore della pace è l’intervento delle forze dell’ordine, una militarizzazione degli Atenei, luoghi che fin dalla loro nascita rappresentano un motore propulsore della cultura pacifista.

Al contrario, il ruolo dell’Università oggi dovrebbe essere valorizzato nella misura in cui può rappresentare uno spazio aperto di ricerca, dibattito e confronto per la risoluzione non violenta dei conflitti politici, per l’attuazione del ripudio della guerra sancito dalla nostra Costituzione.

Ed è qui che emerge con chiarezza un ulteriore elemento di rottura con un ordinamento democratico pluralista come il nostro e con i valori che ne costituiscono le basi: quello relativo al contenuto di queste proteste, al motivo che negli ultimi mesi ha spinto i manifestanti a radunarsi nelle piazze o davanti ai Rettorati delle Università. Si tratta di persone che chiedono lo stop dei bombardamenti su Gaza, che denunciano il pericolo di un genocidio, che manifestano a favore della pace e la cui protesta, dunque, è in difesa di valori e principi fondanti la nostra Costituzione e posti anche alla base dell’ordinamento europeo e internazionale. Basti pensare, all’art. 11 della Costituzione italiana, all’art. 21 del Trattato sull’Unione Europea, alla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di Genocidio (ratificata da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea).

3. Nell’evidenziare l’assenza di novità nella gestione repressiva del dissenso, l’elemento che, invece, sembra suscitare una rinnovata preoccupazione è la deriva autoritaria che fa da sottofondo ai recenti episodi richiamati.

In Italia, il costante ricorso all’“emergenza”, l’uso smodato della decretazione d’urgenza, la crescente marginalizzazione del Parlamento sono rivelatori di una chiara opzione a favore della governabilità e a discapito della rappresentatività; sono segnali della volontà di accentrare il potere in mano all’esecutivo, all’“Uomo solo al comando”. Un simbolico segnale di tale tendenza può essere visto, da ultimo, nelle dichiarazioni del 29 aprile scorso della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, nell’annunciare la propria candidatura alle elezioni europee, ha chiesto agli elettori di scrivere semplicemente il suo nome di battesimo sulla scheda. Come evidenziato da più parti, si ha in questo modo una «forzatura della legge elettorale» (così G. Azzariti, Repubblica.it, 28/04/2024) che legittima l’uso di pseudonimi e diminutivi, ma non del nome – utilizzabile solo quando il cognome sia di difficile scrittura –; una forzatura quanto meno discutibile che sembra tradire l’adesione ad una politica «populista e plebiscitaria» (parole di M. Volpi, Repubblica.it, 28/04/2024)

Il crescente favor verso tendenze accentratrici del potere e la conseguente riduzione degli spazi del dissenso in Parlamento fanno da sottofondo a politiche di marginalizzazione del dissenso volte, quindi, non a tutelare e garantire l’esercizio dei diritti di libertà, ma piuttosto a proteggere un diritto – di formulazione relativamente nuova – alla sicurezza che si presta ad ambigue interpretazioni e che sembra fornire il fianco per una giustificazione giuridica alla volontà politica di esclusione del conflitto.

È in questa genericità, in questa indefinita esigenza di sicurezza che l’agire violento della polizia può pericolosamente insidiarsi e trovare una legittimazione; è qui che si nasconde il rischio di un terribile e temibile abituarsi. L’abituarsi a vedere nel richiamo alla sicurezza, alla necessità di intervenire un fatto che legittima l’adozione di qualsiasi provvedimento da parte delle pubbliche autorità e che giustifica qualsiasi comportamento tenuto dalle forze dell’ordine.

Sono questi i segnali che dovrebbero destare preoccupazione in merito allo stato di salute della nostra democrazia.

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